Chroma Subsampling

luglio 18, 2017

(di Guglielmo Giani) – luglio 2017

Chroma subsampling è una tecnica video (digitale e non) che consente di comprimere il segnale di chroma mantenendo inalterato il segnale di luma.

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Data la natura tecnica dell’articolo, alcuni termini sono stati lasciati in inglese. L’autore ritiene che le moderne traduzioni non rendano giustizia. In particolare luma (luminanza) e chroma (crominanza) non sono stati tradotti per evitare confusione con unità di misura colorimetriche. La luminanza (luma) e la luminanza (luminance) sono due cose diverse.

Premessa storica
Alla fine degli anni Quaranta e nei Cinquanta era in corso una guerra fra i colossi americani della radiofonia per stabilire quale sarebbe stato il formato televisivo a colori. Timidi tentativi furono stati fatti prima della guerra, ma fu solo con lo sforzo bellico che la tecnologia progredì abbastanza da permettere una ricerca tecnologica su ampia scala. CBS, RCA, Philco ed altri combattevano per il podio a suon di brevetti. Nel 1949 la Federal Communications Commission (FCC) si espresse favorevolmente ad adottare il sistema CBS, che, nonostante la scarsa qualità, utilizzava la stessa banda passante (6 MHz) del segnale in bianco e nero. CBS fu subito scalzata dal gradino più alto del podio quando RCA presentò un sistema retro-compatibile con il ‘vecchio’ segnale televisivo in bianco e nero. RCA riuscì a trovare un sistema per trasmettere entrambi i segnali (bianco e nero e colori) senza utilizzare troppa banda passante.

Gli ingegneri della RCA adottarono un sistema di codifica brevettato nel 1938 da Georges Valensi, un ingegnere francese. Valensi ideò un metodo per convertire il segnale RGB acquisito dalle telecamere in un segnale Yuv, dove Y è la luma, u il segnale di chroma blu e v il segnale di chroma rosso (il segnale di chroma verde viene estrapolato dagli altri due segnali).

Lo spazio colore Yuv
L’utilizzo dello spazio colore Yuv nelle trasmissioni video a colori ha un duplice vantaggio: la retro-compatibilità con gli apparecchi in bianco e nero e la possibilità di comprimere il segnale visivo risparmiando banda passante.

Il segnale televisivo analogico a colori veniva trasmesso su due frequenze diverse: la luma su di un’onda portante a 1.75MHz e la chroma su di un’onda sotto-portante a circa 5.33MHz. Le televisioni in bianco e nero si potevano così sintonizzare sull’onda portante captando la luma escludendo o filtrando la chroma.

 

Immagine 1 – Separazione di un immagine video nei canali Y (luma) Cb (Chroma blu) e Cr (Chroma rosso)

 

La fisiologia del sistema occhio-cervello
L’altro grosso vantaggio dello spazio color Yuv è di poter comprimere il segnale televisivo con un minimo degrado della qualità delle immagini. Dal momento che il sistema occhio-cervello è più sensibile alle variazioni di luminanza piuttosto che di cromaticità, si può sfruttare questo principio per ottimizzare la compressione, dedicando più banda alla luminanza (Y) e meno alla chroma (u e v). Il vantaggio è tale che è tuttora utilizzato in ambito digitali (YCbCr).

Chroma subsampling
Come abbiamo menzionato in apertura, il subsampling viene applicato solo ai dati riguardanti la chroma e non la luma: i valori di luma non vengono compressi o alterati.

La quantità di compressione effettuata dalla chroma subsampling è normalmente indicata con una notazione a tre cifre J:a:b (es. 4:2:2) che descrive il numero di campioni di luma e di chroma in un’area ipotetica di J pixel di larghezza per due pixel d’altezza.

J è la dimensione orizzontale (lo standard è di quattro pixel – a parte l’isolato caso del codec SONY HDCAM a tre pixel), il secondo numero ‘a’ indica quanti colori vengono campionati dalla prima riga ed il terzo numero ‘b’ indica quanti colori vengono campionati dalla seconda riga.

 

Immagine 2 – Esempi di un segnale video RGB sottoposto a chroma subsampling e ricostruito

 

Nonostante ci siano diversi tipi di chroma subsampling, molti dei formati digitali odierni utilizzano uno dei quattro tipi illustrati nell’immagine 2.

4:4:4

Questa è la qualità più alta ottenibili e non contiene subsampling. Ogni pixel conserva i valori di luma e di chroma inalterati. Le videocamere professionali, i sistemi di telecine e gli scanner hanno la capacità di registrare in 4:4:4.

4:2:2

4:2:2 campiona la chroma da due pixel in entrambe le righe. Ciò riduce l’informazione cromatica al 50%. Questo è uno dei subsampling più popolari e si trova nei codec come AVC-Intra 100, Digital Betacam, Panasonic DVCPRO HD, Apple ProRes 422 e XDCAM HD422.

4:1:1

4:1:1 campiona la chroma solo dal primo pixel di entrambe le righe. Ciò riduce l’informazione cromatica al 25%. Questo subsampling si trova nei codec DVCPRO, DVCAM, e nel NTSC DV.

4:2:0

4:2:0 preleva due campioni di cromatura dalla riga ‘a’ e nessuno dalla riga ‘b’. La riga inferiore ‘b’ ottiene le informazioni di chroma dalla riga superiore ‘a’. Ciò riduce le informazioni cromatica a circa il 25. Questo subsampling è comune nei filmati HDV, AVCHD, Apple Intermediate Codec e in molti dei formati video codificati in MPEG utilizzati dalle fotocamere DSLR. I filmati online e le immagini salvati in JPEG utilizzano questo tipo di subsampling.

Per i pixel in cui non viene campionata la chroma, l’informazione cromatica viene prelevata dal pixel adiacente a sinistra o sovrastante. Per esempio nel caso di 4:2:2 i pixel della seconda e della quarta colonna utilizzeranno gli stessi valori di chroma della prima e della terza colonna rispettivamente. Nel caso di 4:1:1 i pixel della seconda, terza e quarta colonna utilizzeranno gli stessi valori di chroma della prima.

Dall’immagine 2 può sembrare che i subsampling 4:2:2 e 4:2:0 comprimano troppo l’immagine e si perda molta informazione cromatica. Questo avviene perché’ gli otto pixel della nostra immagine originale contengono colori molto diversi fra loro. In realtà oggigiorno è altamente improbabile, se non impossibile, che un segnale (soprattutto se ricco di pixel come un’immagine FullHd o 4K) contenga pixel adiacenti così diversi fra loro. Molto spesso le transizioni da un colore ad un altro avvengono su più pixel (anti-aliasing e motion blur). Una campionatura 4:2:0 è indistinguibile da una 4:4:4 se non confrontando i singoli pixel a valori di zoom superiori al 200%. Maggiore è la risoluzione dell’immagine e migliore è la resa del subsampling.

Campionature di alta qualità come 4:4:4 e 4:2:2 vengono utilizzate in fase di post-produzione, color-grading e soprattutto per la chroma key, dove bisogna ritenere il maggior numero di dati cromatici per non incorrere in artefatti dell’immagine quali: banding, clipping delle ombre e dei colori più saturi.

Con l’avvento di servizi di streaming e video on-demand in 4K (Netflix, Amazon Prime e YouTube) la chroma subsampling (insieme ad altri metodi di compressione) gioca un ruolo chiave nel mantenere la quantità di dati trasmessi a valori compatibili con la banda passante delle moderne linee ADSL e delle reti telefoniche 4G.

 


Colori e Allogazioni

giugno 20, 2017

(di Cristina Polli) –giugno 2017

Nel progetto cromatico, più che la scelta del colore in sé, conta il posizionamento degli schemi cromatici nello spazio.
Allogazioni e giustapposizioni contribuiscono a costruire più o meno articolate unità percettive (Aldo Bottoli), necessarie ai nostri bisogni psicofisiologici.
E’ possibile configurare il colore attraverso campiture, listati, fasce, ritmi, pesi, linee di confine, creando un insieme ordinato e ricco, capace quindi di rilassare e, nello stesso tempo, dare diversificate informazioni al cervello.

Allogare il colore implica la conoscenza sia del mondo percettivo, che delle varianti capaci di alterare e influenzare la visione cromatica in un contesto.

Se si giustappone un colore ad un altro, è necessario sapere come e perché essi si influenzino a vicenda, considerando che l’azione dell’affiancare o abbinare due o più colori, comporta relazioni complesse.

“La giustapposizione implica la relazione della parte con il tutto, del locale con il globale (dell’uomo con il mondo), del singolare con il molteplice, della figura con lo sfondo (dell’essere con il suo ambiente di vita) e del particolare con il generale. Il giustapporre è un procedimento basato sull’interazione tra il singolo colore e il contesto, sul rapporto tra differenti che si manifesta sotto forma di contrasto e di assimilazione (adattamento).” (Giuseppe Di Napoli, “Il colore dipinto”,  Bib. Einaudi, TO, 2006, pag, intro. XV)

Sia che si accostino i colori, o che li si configuri mediante inclusioni, intervengono nell’atto percettivo, i condizionamenti dati dal fenomeno di contrasto simultaneo e dall’effetto figura sfondo, dei quali dobbiamo tener conto.

Inoltre gli aspetti psicofisiologici propri delle caratteristiche cromatiche, sempre e comunque collegati alla percezione, inducono aspettative e risposte comportamentali, attivate da parti del nostro cervello.  Attribuiamo al segnale cromatico pesi e dimensioni, che non esistono nella realtà.

Nello schema qui proposto il colore chiaro NCS S 0510-Y20R, per esempio, appare più “leggero” confrontato con il giustapposto NCS S 2070-Y80R, decisamente più cromatico e scuro. E le dimensioni dei due quadrati all’interno delle cornici, appaiono diverse, anche se  sono uguali.

Il contrasto di peso è interessante se lo valutiamo su una campitura estesa, quale potrebbe essere una parete di una stanza.

Nella foto (Scuola di Pombia, NO – arch. C. Polli e Studio 3705) lo schema cromatico della  parete suggerisce all’osservatore di guardare l’elemento saliente, che incuriosisce ed attira non per essere di grandi dimensioni, ma proprio perché più piccolo. L’intero spazio parete sarebbe stato meno interessante se il verde e l’arancione avessero trovato in peso e dimensione uguale partitura.

Anche le linee di confine tra una campitura e l’altra sono significative, basti pensare che l’occhio è attratto dal contrasto e dalle delimitazioni tra aree.


Nello schema, per esempio, l’occhio si sofferma più volte sulle linee di demarcazione tra il rosso e il verde-blu.

Altro motivo di attenzione può essere dettata dal cambio di ritmo. All’interno di uno scenario possiamo collocare colori in sequenza e se desideriamo portare l’osservazione in un punto dello spazio, è sufficiente rompere il ritmo.

Scontato è che queste ed altre considerazioni possibili, valgono nel momento in cui si ha chiaro dove e perché collocare il colore in un contesto. Prima di ogni intervento progettuale servono motivazioni, obiettivi chiari, informazioni sul percetto e sui percettori.


Parole, immagini, colori

maggio 15, 2017

(di Luca Talamonti) – maggio 2017

Lo psicologo americano Albert Merhabian, tuttora in vita, condusse nel 1967 uno studio relativo alla comunicazione.

Questo studio diede come risultato il fatto che, in un messaggio veicolato faccia a faccia, dove dunque siano presenti tutti e 3 i livelli della comunicazione, quella non verbale conti per il 55%, quella paraverbale per il 38% e quella verbale solo il 7%.

Si precisa che la comunicazione non verbale è tutto ciò che non esce dalla nostra bocca: da come siamo vestiti, a come ci muoviamo, a quali espressioni facciali utilizziamo.

La comunicazione paraverbale è il modo in cui usiamo la voce: velocità, ritmo, timbro, volume, pause, ecc..

La comunicazione verbale è relativa alle parole che pronunciamo.

Ebbene, questo studio, se applicato alla lettera, relegherebbe l’uso delle parole a un ruolo molto marginale nella comunicazione.

E nonostante lo studio di Merhabian venga ancora spacciato per verità da tanti “esperti di comunicazione”, in realtà è stato frainteso e male interpretato.

A sostenerlo, è lo stesso Merhabian, che afferma “Vi prego di notare che questa e altre equazioni riguardanti l’importanza dei messaggi verbali e non verbali sono state ricavate da esperimenti che si occupano della comunicazione di sentimenti e atteggiamenti (ad esempio, simpatia-antipatia). A meno che un comunicatore non stia parlando dei suoi sentimenti e atteggiamenti, queste equazioni non sono applicabili. Sono ovviamente a disagio per le errate interpretazioni del mio lavoro. Fin dall’inizio ho cercato di spiegare alle persone le corrette limitazioni delle mie ricerche. Sfortunatamente, il campo dei sedicenti “consulenti d’immagine aziendale” o dei “consulenti della leadership” ha numerosi praticanti con pochissime competenze psicologiche”.

In pratica Merhabian afferma che nelle interazioni de visu, solo e unicamente quando si parla di emozioni o sentimenti, se le parole non sono coerenti rispetto alla comunicazione paraverbale e non verbale, queste ultime pesano di più (pensa al classico “quella persona ha detto cose giuste, ma c’è qualcosa che, a pelle, non mi convince…”).

Va da sé, dunque, che le parole che usiamo sono assolutamente fondamentali, tanto quanto il resto della nostra comunicazione.

Le parole sono fondamentali!

E sono fondamentali per un motivo molto semplice: come ti ho spiegato nel mio precedente articolo, il cervello umano è prevalentemente visivo.

Il che significa che, ogni volta che pensa o pronuncia delle parole, a livello inconscio ed emotivo il cervello processa tali parole trasformandole in immagini.

Ovviamente, le immagini che creiamo, inconsapevolmente, sono assolutamente soggettive.

Per esempio, se io dico “correre”, qualcuno può creare un’immagine di un uomo che corre a piedi, uno sciatore penserà a qualcuno sugli sci, un motociclista a una corsa in moto e così via.

Stessa cosa, se pronuncio parole molto importanti, quali “felicità”, “etica”, “amore”.

Del resto, anche la famosa frase “Abracadabra”, vera e propria formula magica usata dagli illusionisti poco prima di realizzare la sorprendente magia, deriva dall’aramaico e significa “Io creerò come parlo”.

Io creerò come parlo!

Ed è proprio così: le parole che usiamo, influenzano il cervello nostro e di chi ci ascolta, determinando buona parte della realtà di cui ci accorgiamo. Creandola, dunque.

Non solo: come si diceva, le parole creano immagini inconsce nel cervello nostro e di chi ci ascolta.

Le immagini creano una particolare chimica cerebrale e, di conseguenza, stati emotivi.

Gli stati emotivi determinano il comportamento delle persone.

Pertanto, scegliere accuratamente le proprie parole, sia che si stia parlando con se stessi, sia con gli altri, è di fondamentale importanza non solo per essere efficaci nella propria comunicazione, ma anche per star bene e far star bene i nostri interlocutori.

Il fatto sorprendente è che, nonostante le immagini inconsce che si creano siano assolutamente soggettive, in base a numerosi studi si è scoperto che determinate parole creano sempre immagini positive, mentre altre richiamano sempre immagini poco piacevoli.

I meccanismi per capire quali parole possono considerarsi sempre positive o energetiche, e quali negative o energivore sono semplici: il primo consiste nel pronunciare la parola e, d’istinto e senza ragionare, verificare se la prima immagine che viene in mente è bella o brutta; il secondo, consiste nell’andare su Google Immagini, scrivere la parola in questione e cliccare il tasto “ricerca”, verificando poi i risultati ottenuti.

Esempi di parole sempre energetiche sono le seguenti: regalo, speciale, amore, passione, bello, facile, utile, giusto per citarne alcune. Allo stesso modo, esistono verbi che creano sempre suggestioni positive: costruire, avanzare, edificare, progettare, decollare e così via.

Fai caso, ora, a tutte le volte che senti queste parole nelle pubblicità, in radio o sui prodotti in vendita al supermercato: è assolutamente voluto!

Interessante è anche notare alcune parole che creano sempre immagini poco piacevoli, perché, di fatto, le usiamo inconsapevolmente molto spesso: problema, difficoltà, crisi, carenze, sacrifici, brutto, inutile. Ugualmente, ecco alcuni verbi di uso frequente da evitare accuratamente: disturbare, rubare, negare, distruggere, soffrire.

Come ti dicevo, a prescindere da quale immagine soggettiva le parole sopra elencate producano, si tratta sempre, nel primo caso, di immagini belle e, nel secondo, di immagini meno belle.

Per usare una metafora sempre in voga, puoi pensare a un iceberg: come sai, la parte che emerge dall’acqua è solitamente quella visibile e più piccola, mentre quella che sta sotto l’acqua è quella invisibile e più grossa.

Ciò che sta sotto è la parte più importante!

Ecco, la semplice parola scritta o pronunciata equivale alla parte visibile dell’iceberg, mentre l’effetto che produce nel cervello, cosa ben più importante, è la parte invisibile dell’iceberg.

Ora, ti invito a sperimentare quanto appena spiegato, giocando con le parole e con la tua mente.

La scoperta sorprendente che farai riguarda anche i colori e la luminosità: nella stragrande maggioranza dei casi, noterai che le parole e i verbi energetici danno origine a immagini luminose e dai colori accesi, vivaci e piacevoli. Viceversa, le parole e i verbi energivori creano immagini cupe, poco illuminate e con tonalità scure o addirittura in bianco, nero e, a volte, grigio.

Interessante, vero?

Già, perché questo dimostra, ancora una volta, l’importanza fondamentale dei colori, nei nostri pensieri e nella realtà intorno a noi.

Vivere pensieri a colori e circondarsi di persone “colorate” e oggetti vivaci, aiuta il nostro cervello a produrre le giuste sostanze chimiche che ci fanno stare bene, sempre e in ogni ambito.

Dunque, oltre a circondarti delle giuste cose e persone, ti invito a fare un po’ di pulizia linguistica, nelle parole che pronunci e in quelle che, semplicemente, pensi: i vantaggi che otterrai saranno innumerevoli e molto potenti!

 


Valori oltre il colore – Il colore nelle finiture murali

aprile 18, 2017

(di Luciano Merlini) – aprile 2017

La scelta di un colore, sia esso quello di un capo di abbigliamento, di un oggetto, di un’auto, di un accessorio, ecc, – cioè di qualsiasi cosa presupponga la possibilità di esercitare una preferenza in questo senso – è per lo più legata a gusti personali.
Gusti personali che, in tema di colore, non sono riconducibili al semplice aspetto visivo, in quanto coinvolgono la psicologia di ognuno di noi: un colore, infatti, ci piace perché ci fa sentire…, perché ci da una sensazione di…, perché ci ricorda…, perché…
Insomma, mille e un motivo, intimi e soggettivi, per preferirlo.

Questa riflessione non è certo una novità, ma nella circostanza ci è utile per introdurre l’argomento di oggi e cioè che in alcuni casi si deve avere la capacità di andare oltre il semplice “mi piace”, non per prescinderne totalmente, ma per affrontare la scelta di un colore secondo prospettive più aperte.

Stiamo parlando dei colori in architettura e nell’interior design e più specificamente dei valori differenti che essi assumono nelle finiture murali destinate all’interno (spazi abitativi) e all’esterno (facciate).

Valori differenti per le due casistiche e che ci portano a definire il colore destinato alla decorazione di pareti in interno come “colore privato” e quello destinato all’esterno come “colore pubblico”.

Concetti che i professionisti del settore (progettisti, architetti, designer, applicatori, ecc.) conoscono bene, ma che sappiamo quanto siano spesso difficili da far comprendere alla committenza.

COLORE “PRIVATO” e COLORE “PUBBLICO”

Perché colore “privato”.

Perché in interno il colore delle pareti – componente di grande rilevanza in termini di arredo, comfort, accoglienza e vivibilità – risponde in tutti i sensi ai valori intimi e soggettivi di cui accennavamo in precedenza, per cui la sua scelta è di carattere strettamente personale in quanto riguarda una persona, una famiglia o comunque un nucleo limitato di persone.

Al contrario – ed è il tema di oggi –  definiamo colore “pubblico” quello destinato agli esterni, in quanto coinvolge aspetti e realtà ben più ampie e complesse.
Sceglierlo, quindi, presuppone anche una certa dose di  “responsabilità”.
Vediamo perché.
Innanzitutto perché in questi casi il colore, essendo chiamato ad interpretare e possibilmente ad  esaltare lo stile architettonico di un edificio, contribuisce a valorizzarlo: sia da un punto di vista estetico, sia economico.
E questa come prima argomentazione pratica, dopo di che, però, un edificio rappresenta in una certa misura anche chi lo abita, perché si tende a identificare in una casa anche una certa tipologia di persone.
Un piccolo inciso a questo proposito: potrebbe anche essere che l’occhio meno attento non noti una casa ben tenuta e con i giusti colori, ma certo non gli sfugge una casa malconcia o trasandata.
Fin qui, comunque, argomenti che riguardano solo ed esclusivamente un edificio nel suo specifico.

Ma c’è un aspetto che apre verso altre considerazioni, e cioè che nessuno di essi è “nel nulla” e tutti sono contestualizzati in un paesaggio, urbano o meno che sia.

Che cosa significa questo?
Significa che il colore di un qualsiasi edificio, fatte salve le ovvie eccezionalità, deve tendere ad armonizzare con il contesto in cui è inserito, nel rispetto di se stesso ma anche del comprensorio circostante.
Una contro-prova.
Supponiamo che stessero ridipingendo la facciata del palazzo a fianco della casa in cui abitiamo utilizzando tinte brutte o disarmoniche: la nostra casa ne resterebbe immune?
Oppure che impressione ci susciterebbe uno chalet in montagna realizzato con colori… “techno”?
Ancora una volta, però, siamo nel campo dell’estetica, sebbene, per ciò che abbiamo visto, un’estetica certo non fine a se stessa.

Andando oltre, infatti, il colore di un edificio – e ancor più l’insieme dei colori di diversi edifici – ricopre anche un valore sociale, in quanto entra a far parte di un “territorio” e  contribuisce a caratterizzarlo.
Un territorio composto di cose ma soprattutto di persone sulle quali, il fatto di vivere in un contesto gradevole e curato, può esercitare un positivo spirito di appartenenza e stimolarle ad assumere comportamenti di maggior rispetto.

Ma qui entriamo in campi che non mi competono, per cui non è il caso di dilungarci.

In sintesi, ciò che si vuole mettere in evidenza, è l’importanza dei colori – dalla loro bellezza intrinseca fino all’incidenza che possono avere nel nostro quotidiano – per cui, quando “tocca a noi sceglierli”, dobbiamo affrontare questo esercizio con piacere ma anche con la consapevolezza che il colore non è qualcosa che semplicemente si vede, ma che coinvolge anche i nostri interessi e il nostro benessere: i nostri e qualche volta anche quelli degli altri.

In questo senso – per quanto riguarda gli interni – chiederci che tipo di sensazioni vogliamo trasmetta un determinato ambiente, oppure – per gli esterni – fare una valutazione cromatica del paesaggio o delle eventuali costruzioni limitrofe, rappresenta un’ottima base di partenza per restringere il campo di scelta e per orientarci nella miriade di tinte disponibili.

Dopo di che, proprio in considerazione della vasta proposta cromatica che offre il mercato, ci resterà comunque e sempre un ampio ventaglio di possibilità, nell’ambito del quale scegliere i colori da utilizzare.
Colori non a caso al plurale, perché se una singola tinta ha una forte capacità di “comunicare”, un coordinato cromatico, composto di più tinte in armonia, amplifica queste peculiarità.


Diagnostica non invasiva per i Beni Culturali

marzo 14, 2017

(di Marcello Melis) – marzo 2017

Nello sviluppo delle sue attività di diagnostica non invasiva per i Beni Culturali, legate alle riprese in colorimetria ed in riflettanza spettrale, Profilocolore Srl ha sviluppato una serie di tools dedicati alla analisi di immagine, al remapping basato sul contenuto spettrale dei pixel e alla segmentazione della immagine con clustering intelligente. In questo articolo vengono discusse alcune di queste tecniche con i risultati ottenuti.

Oggi l’immagine (digitale) domina, senza confronti con altre categorie, non solo nel mondo della comunicazione commerciale ma anche in quello scientifico ed ovviamente artistico. Nel mondo scientifico viene chiesto alle immagini di fornire sempre più informazioni, in modo sempre più preciso ed approfondito, riguardo l’oggetto rappresentato. Una fase propedeutica è sicuramente quella di acquisire le immagini garantendo la colorimetria in modo preciso e fedele, come abbiamo avuto modo di scrivere in un precedente articolo, e questo affinchè si possa lavorare su un “modello” numerico del reale il più accurato possibile e dal comportamento analogo a quello dell’occhio umano.

La tecnologia, i sistemi di ripresa, i sistemi di misura e calibrazione, sono oggi in grado di garantire “modelli” numerici estremamente precisi, e questo ci permette di ottenere una quantità di dati affidabili e ripetibili. Il problema si pone quando dobbiamo ricavare da tutti questi dati le informazioni di cui abbiamo bisogno.
E’ molto importante comprendere che avere molti dati non vuol dire avere molte informazioni. L’informazione deriva solo dalla analisi strutturata e mirata di questi dati.

Quando guardiamo un’immagine applichiamo senza accorgercene tutta la nostra conoscenza a priori per interpretare l’immagine stessa. Per simulare una delle nostre funzioni di analisi scomponiamo una immagine nei suoi colori principali.

Prenderemo come esempio la ripresa di un piccolo quadro ad olio, “Dopo la pesca”, del pittore Ausonio Tanda (Sorso 1926-Roma 1988).

L’immagine originale (a sinistra) è stata divisa in 10 classi (a destra) attraverso una Rete di Neuroni Artificiali di Kohonen, raggruppando i pixel per somiglianza colorimetrica. Per ogni classe viene calcolata la percentuale di pixel inclusi e la colorimetria media rappresentativa della classe. Ad ogni classe è possibile far corrispondere una notazione NCS con corrispondente colorimetria. In altre parole è possibile “ricolorare” l’immagine attraverso un numero contenuto di notazioni NCS rappresentative della immagine originale, come in questi esempi:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da questo piccolo esempio è possibile intuire le potenzialità che le odierne tecnologie di imaging calibrato mettono a disposizione per condurre sofisticate analisi sulle scene riprese. Quello dei Beni Culturali è solo uno dei tanti campi dove poter applicare questi metodi. Altri sono l’architettura in generale e quella di interni in particolare, con tutto il mondo dell’oggettistica e dei complementi di arredo associati, così come il tessile, per il quale è possibile associare alla analisi del colore anche l’analisi morfologica delle textures, ed ancora il campo dei materiali pregiati da costruzione come i marmi. Come abbiamo visto è possibile collegare queste analisi direttamente al Sistema NCS®© e di conseguenza a tutti gli strumenti collegati utilizzati per lo studio degli abbinamenti e delle armonie di colore.


CONTATTI

Marcello Melis
Profilocolore Srl
Multispectral Imaging, Spectral Analysis,
Image Processing, Color Management

MAIL: marcello.melis@profilocolore.it
SITO: www.profilocolore.com


Il colore Blu nella psicologia

febbraio 17, 2017

(di Tiziana Vernola) – febbraio 2017

Quante volte vi siete trovati ad indossare quel particolare maglione, magari blu, solo perché il suo colore vi trasmetteva un certo senso di pace e tranquillità.

Il blu è il colore che la cromoterapia usa sulle pareti per combattere lo stress, e per contrastare problemi collegati alla tensione e malessere; in particolare la sua gradazione di celeste, può dare sollievo agli occhi, e l’indaco si usa in caso di cataratta.

Il blu è inoltre il colore degli occhi, come del mare e del cielo.

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Non a caso molte aziende famosissime come Barilla, Ibm o Hp, lo usano, per associare il proprio brand alla senso di istituzionalità, quasi sacralità che il blu rappresenta; Infatti nondimeno in ambito spirituale, il blu riporta alla divinità e alla spiritualità e meditazione.

Dal punto di vista energetico il blu è l’antagonista del rosso.  E’ un colore dall’effetto “rinfrescante”, interviene sul sistema nervoso parasimpatico, rallenta il battito e diminuisce la pressione del sangue; il suo potere sedativo e tranquillizzante pare predisponga alla calma ed al riposo.

Questo colore trasmette tranquillità, “chiede rispetto” e si addice alla persone introspettive e cerebrali; non a caso si usa dire “feeling blu” che significa “essere giù di corda”.

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È  utile introdurlo nell’alimentazione quando c’è bisogno, e se possibile seguendo la stagioni,  attraverso cibi come le melanzane, i mirtilli, le more, l’uva nera, ed i cavolfiori blu che sono alimenti preziosi per i loro principi nutritivi: potassio, calcio, fosforo, ferro, acido folico, vitamina C ecc. Contengono inoltre principi attivi anticancro, antibatterici, antinfiammatori, antiossidanti.

Nella filosofia dei chakra il blu corrisponde al centro energetico posizionato al centro della gola, il 5^ Chakra, che coinvolge la comunicazione. Questo chakra si chiama Visuddha, che vuol dire purificazione. E’ situato nella zona della gola, e comanda l’insieme dell’espressioni di noi stessi, dunque della comunicazione e della creatività.

A questo proposito si dice infatti che le proprietà del blu favoriscano la comunicazione, lo scambio e il benessere nelle camere da letto, mentre risulta meno adatto ai luoghi di riunione, o salotti, in quanto tende a far smorzare le conversazioni.

AUTORE:
Tiziana Vernola

Mi chiamo Tiziana Vernola e lavoro come Psicologa-Psicoterapeuta a indirizzo neo-ericksoniano. Sono laureata in Psicologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e, iscritta all’Albo degli Psicoterapeuti della Regione Lombardia (numero 9903), socia SIMP (Società italiana medicina Psicosomatica) dopo aver conseguito la formazione quadriennale in Psicoterapia Ipnotica (AMISI) mi sono dedicata alla cura di: disturbi d’ansia, depressione e disturbi psicosomatici Oggi mi interesso inoltre a problematiche legate alla coppia, all’educazione sessuale, all’omosessualità, e a percorsi di crescita personale e sostegno psichico ai Malati di HIV, che, in questo modo, migliorano la loro qualità di vita e godono maggiormente dei benefici delle cure.

CONTATTI:
t.vernola@libero.it
http://ansiaeipnosi.it/


La fotoluminescenza. Oltre lo spettro visibile.

gennaio 23, 2017

(di Guglielmo Giani) – gennaio 2017

Tutti i materiali quando illuminati assorbono le radiazioni elettromagnetiche visibili e le riemettono immediatamente. Le caratteristiche chimico-fisiche del materiale e distribuzione spettrale della luce incidente determinano la distribuzione spettrale della luce riflessa. Il blu, il grigio, il bianco, il nero… sono il risultato di questa interazione fra luce e materia.

La maggior parte dei materiali, in particolare i pigmenti, sottraggono lunghezze d’onda dalla luce incidente ma non possono contribuire con nuove lunghezze d’onda. Un oggetto non sarà mai più chiaro della luce che l’ha illuminato.

Gaillardia aestivalis © Craig Burrows

Gaillardia aestivalis © Craig Burrows

Esistono però famiglie di composti, organici ed inorganici, che hanno la proprietà di riemettere uno spettro dissimile da quello incidente: in particolare di assorbire radiazioni nell’ultravioletto ed emetterle nel visibile e/o nell’infrarosso. Questo fenomeno si chiama fotoluminescenza.

Esistono fondamentalmente due tipi fotoluminescenza: la fluorescenza e la fosforescenza. Quello che distingue i due fenomeni (a parte i diversi processi quantistici) è la differenza nell’intervallo di tempo tra l’assorbimento e l’emissione dei fotoni.  Nei composti chimici fluorescenti più comuni, la riemissione dei fotoni avviene in lasso di tempo che varia da 0.5 a 20 nanosecondi (decadimento istantaneo). Nei materiali fosforescenti, il decadimento può durare da pochi minuti fino ad un ad alcuni giorni.  L’attuale record, detenuto dal materiale ceramico gallio-germanato di zinco (Zn3Ga2Ge2O10), é di quasi 15 giorni.

Plains Coreopsis © Craig Burrows

Plains Coreopsis © Craig Burrows

Molti oggetti naturali esibiscono fluorescenza, tra cui rocce e minerali, funghi e batteri, licheni e piante, crostacei, artropodi, pesci e uccelli. È un fenomeno onnipresente in natura, e tuttora gli scienziati non hanno identificato la sua funzione a livello evolutivo. La letteratura di divulgazione sostiene che possa svolgere un ruolo attivo nella comunicazione fra fiori ed insetti (in particolare come espediente per attrarre impollinatori). Questo è altamente improbabile perché l’intensità della fluorescenza è diversi gradi di grandezza inferiore rispetto alla luce riflessa, quindi impercettibile da qualsiasi animale.

Per assistere al fenomeno di fluorescenza bastano: un oggetto fluorescente, un ambiente buio e una sorgente di luce ultravioletta. Con l’avvento di torce LED UV sta diventato sempre più facile per chiunque esplorare questo fenomeno, senza dover disporre di costose attrezzature da laboratorio. Una macchina fotografica digitale e una torcia portatile sono sufficienti per esplorare un mondo invisibile. UVIFP (Ultraviolet-induced visible fluorescence photography) è una piccola branca della fotografia che sfrutta la fluorescenza come espediente artistico: oggetti comuni vengono illuminati esclusivamente da luce fluorescente per rivelare colori e livree a noi ignoti.

Per ottenere dei buoni risultati è essenziale assicurarsi che gli oggetti vengano illuminati solo da luce ultravioletta (fotografare al buio assoluto) e che solo la luce visibile emessa dall’oggetto colpisca il sensore della macchina fotografica. La macchina fotografica deve perciò montare un filtro che blocchi completamente la luce UV della sorgente luminosa.

Craig Burrows è un fotografo californiano di nicchia specializzato in fotografia a “luce alternativa”. Utilizzando una torcia LED con luce ultravioletta a 365nm, Burrows ottiene delle spettacolari macrofotografie UVIFP di fiori e piante dai colori surreali, eterei, che sembrano uscite dal set di Avatar. Al momento Burrows si cimenta in fotografie di singoli fiori o piccole composizione. L’idea pero è di espandere l’orizzonte e fotografare intere scene con questa tecnica. Vi invito a visitare il sito Craig Burrows se volete esplorare il suo portfolio.

Monarda didyma © Craig Burrows

Monarda didyma © Craig Burrows