Valori oltre il colore – Il colore nelle finiture murali

aprile 18, 2017

(di Luciano Merlini) – aprile 2017

La scelta di un colore, sia esso quello di un capo di abbigliamento, di un oggetto, di un’auto, di un accessorio, ecc, – cioè di qualsiasi cosa presupponga la possibilità di esercitare una preferenza in questo senso – è per lo più legata a gusti personali.
Gusti personali che, in tema di colore, non sono riconducibili al semplice aspetto visivo, in quanto coinvolgono la psicologia di ognuno di noi: un colore, infatti, ci piace perché ci fa sentire…, perché ci da una sensazione di…, perché ci ricorda…, perché…
Insomma, mille e un motivo, intimi e soggettivi, per preferirlo.

Questa riflessione non è certo una novità, ma nella circostanza ci è utile per introdurre l’argomento di oggi e cioè che in alcuni casi si deve avere la capacità di andare oltre il semplice “mi piace”, non per prescinderne totalmente, ma per affrontare la scelta di un colore secondo prospettive più aperte.

Stiamo parlando dei colori in architettura e nell’interior design e più specificamente dei valori differenti che essi assumono nelle finiture murali destinate all’interno (spazi abitativi) e all’esterno (facciate).

Valori differenti per le due casistiche e che ci portano a definire il colore destinato alla decorazione di pareti in interno come “colore privato” e quello destinato all’esterno come “colore pubblico”.

Concetti che i professionisti del settore (progettisti, architetti, designer, applicatori, ecc.) conoscono bene, ma che sappiamo quanto siano spesso difficili da far comprendere alla committenza.

COLORE “PRIVATO” e COLORE “PUBBLICO”

Perché colore “privato”.

Perché in interno il colore delle pareti – componente di grande rilevanza in termini di arredo, comfort, accoglienza e vivibilità – risponde in tutti i sensi ai valori intimi e soggettivi di cui accennavamo in precedenza, per cui la sua scelta è di carattere strettamente personale in quanto riguarda una persona, una famiglia o comunque un nucleo limitato di persone.

Al contrario – ed è il tema di oggi –  definiamo colore “pubblico” quello destinato agli esterni, in quanto coinvolge aspetti e realtà ben più ampie e complesse.
Sceglierlo, quindi, presuppone anche una certa dose di  “responsabilità”.
Vediamo perché.
Innanzitutto perché in questi casi il colore, essendo chiamato ad interpretare e possibilmente ad  esaltare lo stile architettonico di un edificio, contribuisce a valorizzarlo: sia da un punto di vista estetico, sia economico.
E questa come prima argomentazione pratica, dopo di che, però, un edificio rappresenta in una certa misura anche chi lo abita, perché si tende a identificare in una casa anche una certa tipologia di persone.
Un piccolo inciso a questo proposito: potrebbe anche essere che l’occhio meno attento non noti una casa ben tenuta e con i giusti colori, ma certo non gli sfugge una casa malconcia o trasandata.
Fin qui, comunque, argomenti che riguardano solo ed esclusivamente un edificio nel suo specifico.

Ma c’è un aspetto che apre verso altre considerazioni, e cioè che nessuno di essi è “nel nulla” e tutti sono contestualizzati in un paesaggio, urbano o meno che sia.

Che cosa significa questo?
Significa che il colore di un qualsiasi edificio, fatte salve le ovvie eccezionalità, deve tendere ad armonizzare con il contesto in cui è inserito, nel rispetto di se stesso ma anche del comprensorio circostante.
Una contro-prova.
Supponiamo che stessero ridipingendo la facciata del palazzo a fianco della casa in cui abitiamo utilizzando tinte brutte o disarmoniche: la nostra casa ne resterebbe immune?
Oppure che impressione ci susciterebbe uno chalet in montagna realizzato con colori… “techno”?
Ancora una volta, però, siamo nel campo dell’estetica, sebbene, per ciò che abbiamo visto, un’estetica certo non fine a se stessa.

Andando oltre, infatti, il colore di un edificio – e ancor più l’insieme dei colori di diversi edifici – ricopre anche un valore sociale, in quanto entra a far parte di un “territorio” e  contribuisce a caratterizzarlo.
Un territorio composto di cose ma soprattutto di persone sulle quali, il fatto di vivere in un contesto gradevole e curato, può esercitare un positivo spirito di appartenenza e stimolarle ad assumere comportamenti di maggior rispetto.

Ma qui entriamo in campi che non mi competono, per cui non è il caso di dilungarci.

In sintesi, ciò che si vuole mettere in evidenza, è l’importanza dei colori – dalla loro bellezza intrinseca fino all’incidenza che possono avere nel nostro quotidiano – per cui, quando “tocca a noi sceglierli”, dobbiamo affrontare questo esercizio con piacere ma anche con la consapevolezza che il colore non è qualcosa che semplicemente si vede, ma che coinvolge anche i nostri interessi e il nostro benessere: i nostri e qualche volta anche quelli degli altri.

In questo senso – per quanto riguarda gli interni – chiederci che tipo di sensazioni vogliamo trasmetta un determinato ambiente, oppure – per gli esterni – fare una valutazione cromatica del paesaggio o delle eventuali costruzioni limitrofe, rappresenta un’ottima base di partenza per restringere il campo di scelta e per orientarci nella miriade di tinte disponibili.

Dopo di che, proprio in considerazione della vasta proposta cromatica che offre il mercato, ci resterà comunque e sempre un ampio ventaglio di possibilità, nell’ambito del quale scegliere i colori da utilizzare.
Colori non a caso al plurale, perché se una singola tinta ha una forte capacità di “comunicare”, un coordinato cromatico, composto di più tinte in armonia, amplifica queste peculiarità.


Diagnostica non invasiva per i Beni Culturali

marzo 14, 2017

(di Marcello Melis) – marzo 2017

Nello sviluppo delle sue attività di diagnostica non invasiva per i Beni Culturali, legate alle riprese in colorimetria ed in riflettanza spettrale, Profilocolore Srl ha sviluppato una serie di tools dedicati alla analisi di immagine, al remapping basato sul contenuto spettrale dei pixel e alla segmentazione della immagine con clustering intelligente. In questo articolo vengono discusse alcune di queste tecniche con i risultati ottenuti.

Oggi l’immagine (digitale) domina, senza confronti con altre categorie, non solo nel mondo della comunicazione commerciale ma anche in quello scientifico ed ovviamente artistico. Nel mondo scientifico viene chiesto alle immagini di fornire sempre più informazioni, in modo sempre più preciso ed approfondito, riguardo l’oggetto rappresentato. Una fase propedeutica è sicuramente quella di acquisire le immagini garantendo la colorimetria in modo preciso e fedele, come abbiamo avuto modo di scrivere in un precedente articolo, e questo affinchè si possa lavorare su un “modello” numerico del reale il più accurato possibile e dal comportamento analogo a quello dell’occhio umano.

La tecnologia, i sistemi di ripresa, i sistemi di misura e calibrazione, sono oggi in grado di garantire “modelli” numerici estremamente precisi, e questo ci permette di ottenere una quantità di dati affidabili e ripetibili. Il problema si pone quando dobbiamo ricavare da tutti questi dati le informazioni di cui abbiamo bisogno.
E’ molto importante comprendere che avere molti dati non vuol dire avere molte informazioni. L’informazione deriva solo dalla analisi strutturata e mirata di questi dati.

Quando guardiamo un’immagine applichiamo senza accorgercene tutta la nostra conoscenza a priori per interpretare l’immagine stessa. Per simulare una delle nostre funzioni di analisi scomponiamo una immagine nei suoi colori principali.

Prenderemo come esempio la ripresa di un piccolo quadro ad olio, “Dopo la pesca”, del pittore Ausonio Tanda (Sorso 1926-Roma 1988).

L’immagine originale (a sinistra) è stata divisa in 10 classi (a destra) attraverso una Rete di Neuroni Artificiali di Kohonen, raggruppando i pixel per somiglianza colorimetrica. Per ogni classe viene calcolata la percentuale di pixel inclusi e la colorimetria media rappresentativa della classe. Ad ogni classe è possibile far corrispondere una notazione NCS con corrispondente colorimetria. In altre parole è possibile “ricolorare” l’immagine attraverso un numero contenuto di notazioni NCS rappresentative della immagine originale, come in questi esempi:

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da questo piccolo esempio è possibile intuire le potenzialità che le odierne tecnologie di imaging calibrato mettono a disposizione per condurre sofisticate analisi sulle scene riprese. Quello dei Beni Culturali è solo uno dei tanti campi dove poter applicare questi metodi. Altri sono l’architettura in generale e quella di interni in particolare, con tutto il mondo dell’oggettistica e dei complementi di arredo associati, così come il tessile, per il quale è possibile associare alla analisi del colore anche l’analisi morfologica delle textures, ed ancora il campo dei materiali pregiati da costruzione come i marmi. Come abbiamo visto è possibile collegare queste analisi direttamente al Sistema NCS®© e di conseguenza a tutti gli strumenti collegati utilizzati per lo studio degli abbinamenti e delle armonie di colore.


CONTATTI

Marcello Melis
Profilocolore Srl
Multispectral Imaging, Spectral Analysis,
Image Processing, Color Management

MAIL: marcello.melis@profilocolore.it
SITO: www.profilocolore.com


Il colore Blu nella psicologia

febbraio 17, 2017

(di Tiziana Vernola) – febbraio 2017

Quante volte vi siete trovati ad indossare quel particolare maglione, magari blu, solo perché il suo colore vi trasmetteva un certo senso di pace e tranquillità.

Il blu è il colore che la cromoterapia usa sulle pareti per combattere lo stress, e per contrastare problemi collegati alla tensione e malessere; in particolare la sua gradazione di celeste, può dare sollievo agli occhi, e l’indaco si usa in caso di cataratta.

Il blu è inoltre il colore degli occhi, come del mare e del cielo.

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Non a caso molte aziende famosissime come Barilla, Ibm o Hp, lo usano, per associare il proprio brand alla senso di istituzionalità, quasi sacralità che il blu rappresenta; Infatti nondimeno in ambito spirituale, il blu riporta alla divinità e alla spiritualità e meditazione.

Dal punto di vista energetico il blu è l’antagonista del rosso.  E’ un colore dall’effetto “rinfrescante”, interviene sul sistema nervoso parasimpatico, rallenta il battito e diminuisce la pressione del sangue; il suo potere sedativo e tranquillizzante pare predisponga alla calma ed al riposo.

Questo colore trasmette tranquillità, “chiede rispetto” e si addice alla persone introspettive e cerebrali; non a caso si usa dire “feeling blu” che significa “essere giù di corda”.

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È  utile introdurlo nell’alimentazione quando c’è bisogno, e se possibile seguendo la stagioni,  attraverso cibi come le melanzane, i mirtilli, le more, l’uva nera, ed i cavolfiori blu che sono alimenti preziosi per i loro principi nutritivi: potassio, calcio, fosforo, ferro, acido folico, vitamina C ecc. Contengono inoltre principi attivi anticancro, antibatterici, antinfiammatori, antiossidanti.

Nella filosofia dei chakra il blu corrisponde al centro energetico posizionato al centro della gola, il 5^ Chakra, che coinvolge la comunicazione. Questo chakra si chiama Visuddha, che vuol dire purificazione. E’ situato nella zona della gola, e comanda l’insieme dell’espressioni di noi stessi, dunque della comunicazione e della creatività.

A questo proposito si dice infatti che le proprietà del blu favoriscano la comunicazione, lo scambio e il benessere nelle camere da letto, mentre risulta meno adatto ai luoghi di riunione, o salotti, in quanto tende a far smorzare le conversazioni.

AUTORE:
Tiziana Vernola

Mi chiamo Tiziana Vernola e lavoro come Psicologa-Psicoterapeuta a indirizzo neo-ericksoniano. Sono laureata in Psicologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e, iscritta all’Albo degli Psicoterapeuti della Regione Lombardia (numero 9903), socia SIMP (Società italiana medicina Psicosomatica) dopo aver conseguito la formazione quadriennale in Psicoterapia Ipnotica (AMISI) mi sono dedicata alla cura di: disturbi d’ansia, depressione e disturbi psicosomatici Oggi mi interesso inoltre a problematiche legate alla coppia, all’educazione sessuale, all’omosessualità, e a percorsi di crescita personale e sostegno psichico ai Malati di HIV, che, in questo modo, migliorano la loro qualità di vita e godono maggiormente dei benefici delle cure.

CONTATTI:
t.vernola@libero.it
http://ansiaeipnosi.it/


La fotoluminescenza. Oltre lo spettro visibile.

gennaio 23, 2017

(di Guglielmo Giani) – gennaio 2017

Tutti i materiali quando illuminati assorbono le radiazioni elettromagnetiche visibili e le riemettono immediatamente. Le caratteristiche chimico-fisiche del materiale e distribuzione spettrale della luce incidente determinano la distribuzione spettrale della luce riflessa. Il blu, il grigio, il bianco, il nero… sono il risultato di questa interazione fra luce e materia.

La maggior parte dei materiali, in particolare i pigmenti, sottraggono lunghezze d’onda dalla luce incidente ma non possono contribuire con nuove lunghezze d’onda. Un oggetto non sarà mai più chiaro della luce che l’ha illuminato.

Gaillardia aestivalis © Craig Burrows

Gaillardia aestivalis © Craig Burrows

Esistono però famiglie di composti, organici ed inorganici, che hanno la proprietà di riemettere uno spettro dissimile da quello incidente: in particolare di assorbire radiazioni nell’ultravioletto ed emetterle nel visibile e/o nell’infrarosso. Questo fenomeno si chiama fotoluminescenza.

Esistono fondamentalmente due tipi fotoluminescenza: la fluorescenza e la fosforescenza. Quello che distingue i due fenomeni (a parte i diversi processi quantistici) è la differenza nell’intervallo di tempo tra l’assorbimento e l’emissione dei fotoni.  Nei composti chimici fluorescenti più comuni, la riemissione dei fotoni avviene in lasso di tempo che varia da 0.5 a 20 nanosecondi (decadimento istantaneo). Nei materiali fosforescenti, il decadimento può durare da pochi minuti fino ad un ad alcuni giorni.  L’attuale record, detenuto dal materiale ceramico gallio-germanato di zinco (Zn3Ga2Ge2O10), é di quasi 15 giorni.

Plains Coreopsis © Craig Burrows

Plains Coreopsis © Craig Burrows

Molti oggetti naturali esibiscono fluorescenza, tra cui rocce e minerali, funghi e batteri, licheni e piante, crostacei, artropodi, pesci e uccelli. È un fenomeno onnipresente in natura, e tuttora gli scienziati non hanno identificato la sua funzione a livello evolutivo. La letteratura di divulgazione sostiene che possa svolgere un ruolo attivo nella comunicazione fra fiori ed insetti (in particolare come espediente per attrarre impollinatori). Questo è altamente improbabile perché l’intensità della fluorescenza è diversi gradi di grandezza inferiore rispetto alla luce riflessa, quindi impercettibile da qualsiasi animale.

Per assistere al fenomeno di fluorescenza bastano: un oggetto fluorescente, un ambiente buio e una sorgente di luce ultravioletta. Con l’avvento di torce LED UV sta diventato sempre più facile per chiunque esplorare questo fenomeno, senza dover disporre di costose attrezzature da laboratorio. Una macchina fotografica digitale e una torcia portatile sono sufficienti per esplorare un mondo invisibile. UVIFP (Ultraviolet-induced visible fluorescence photography) è una piccola branca della fotografia che sfrutta la fluorescenza come espediente artistico: oggetti comuni vengono illuminati esclusivamente da luce fluorescente per rivelare colori e livree a noi ignoti.

Per ottenere dei buoni risultati è essenziale assicurarsi che gli oggetti vengano illuminati solo da luce ultravioletta (fotografare al buio assoluto) e che solo la luce visibile emessa dall’oggetto colpisca il sensore della macchina fotografica. La macchina fotografica deve perciò montare un filtro che blocchi completamente la luce UV della sorgente luminosa.

Craig Burrows è un fotografo californiano di nicchia specializzato in fotografia a “luce alternativa”. Utilizzando una torcia LED con luce ultravioletta a 365nm, Burrows ottiene delle spettacolari macrofotografie UVIFP di fiori e piante dai colori surreali, eterei, che sembrano uscite dal set di Avatar. Al momento Burrows si cimenta in fotografie di singoli fiori o piccole composizione. L’idea pero è di espandere l’orizzonte e fotografare intere scene con questa tecnica. Vi invito a visitare il sito Craig Burrows se volete esplorare il suo portfolio.

Monarda didyma © Craig Burrows

Monarda didyma © Craig Burrows


Futuri Progettisti e Aziende di Produzione

novembre 21, 2016

(di Federico Picone) – novembre 2016

Parlare di mercato al giorno d’oggi è diventata quasi più un’attività da “indovini” che da esperti di settore o economisti & co.

Da diversi anni ormai ci si è assestati su standard che di standard hanno davvero poco; l’imprevedibilità dell’andamento dei mercati è ormai la prassi ed è anche un fenomeno abbastanza trasversale a diversi settori merceologici. Non ne rimane fuori, ovviamente, il settore dell’edilizia in genere e del colore nello specifico.

Un mercato sempre più allineato verso il basso che al contempo chiede sempre maggiore specializzazione e focus. Richieste diametralmente opposte che le aziende fanno fatica a seguire ma con tutte le forze si riadattano, si reinventano, si ridisegnano per servire al meglio il loro unico grande driver.

Nel settore dei prodotti vernicianti i numeri continuano ad essere estremamente timidi; non dico che siano negativi ma oscillano intorno ad una temperatura vicina agli 0°.

Il che porta da un lato a un (piccolissimo) sospiro di sollievo perché pare definitivamente arrestata la corsa verso il basso, dall’altro lato nega la possibilità di entusiasmi o slanci particolari verso nuovi investimenti e di conseguenza è rallentata la parte di ricerca e innovazione che porta da sempre ad un’evoluzione del prodotto e di conseguenza del mercato.

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Insomma, il solito cane che si morde la coda.

In un paese peraltro dove l’associazionismo stenta, storicamente, a decollare e dove in questo momento l’unione farebbe certamente la forza, le vie per “uscire dalla crisi” sembrano veramente dei cunicoli stretti e bui.

Questa la versione pessimistica (neanche troppo).

Poi ce n’è una ottimistica (neanche troppo): in Italia ci si rimbocca le maniche.

E giù a scervellarsi per nuovi progetti, nuove iniziative, nuovi prodotti, nuove frontiere di gestione aziendale, comunicazione, vendite, allestimenti, fiere si, fiere no e via discorrendo.

Il fermento non manca; le aziende sono in continuo movimento e mutamento. Pur mancando alcuni stimoli e alcune energie, non vi è ancora un buon motivo per fermarsi e certamente non vi è nessun motivo per sedersi sugli allori.

In questa ottica, finalmente, si è riusciti a dare spazio ad una visione. Visione intesa come sguardo in avanti, magari non direttamente connessa ad un ritorno immediato di fatturato.

Il tanto ambito ma mai realizzato sogno di avvicinare il mondo del progetto al mondo delle aziende, magari passando attraverso le nuove leve e quindi formandole per tempo, è finalmente realtà.

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Uno dei grandi problemi del rapporto aziende di produzione-progettisti è proprio la carenza formativa, specialmente in ambito tecnico, che è realtà oggi, nel settore dei prodotti vernicianti, nei percorsi universitari in Italia. Un architetto si ritrova a dover inserire voci di capitolato di prodotti di cui non ha la più pallida idea. Le aziende hanno ormai a catalogo migliaia di referenze e i nostri progettisti navigano in un abisso oscuro fatto di traspirante, lavabile e poco altro.

La mancanza di formazione sia in ambito di teoria e percezione del colore (e quindi di progettazione dell’elemento cromatico) sia di prodotto verniciante, è palese e dichiarata da anni dagli stessi progettisti.

A Milano (sempre li, ma volenti o nolenti è un posto dove le cose accadono; speriamo sia spunto per tanti altri esempi simili sul territorio) è nato ColorMat. Il primo format nel suo genere che ospita, all’interno della facoltà del Design e in particolare del Laboratorio Colore, uno spazio dedicato proprio ai prodotti vernicianti, dove le aziende di produzione sono chiamate a fornire campioni di colori e materiali diversi, schede tecniche, cartelle colori, in modo che il futuro progettista, nel suo iter di formazione possa iniziare a toccare con mano i prodotti che utilizzerà un giorno, i materiali con cui dovrà fare i conti e iniziare così a conoscere un mondo che ha alle spalle una esperienza e un contenuto tecnologico di altissimo livello.

 

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ColorMat è anche collettore di informazione e progettualità e crea formazione specifica in entrambe le direzioni: forma i suoi studenti sulla materia colore e, da oggi, sui prodotti e sulle caratteristiche tecniche, e fornisce formazione e aggiornamento alle aziende sulle proprie competenze in materia di colore.

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L’iniziativa, di sicuro interesse, è figlia di un accordo fra partner istituzionali di primo livello quali il Politecnico di Milano e Federchimica, che attraverso le rispettive estensioni nel settore specifico e quindi il Laboratorio Colore della Facoltà del Design e il gruppo Pitture e Vernici di AVISA hanno dato vita a questo format che finalmente garantirà una formazione un po’ più esaustiva in tema colore ai propri studenti e ai nostri futuri progettisti e quindi ai nostri futuri clienti.

Fra gli appuntamenti più recenti, si è tenuto lo scorso 30 settembre l‘incontro dal titolo “Valenze e significati del colore negli spazi urbani” e si terrà il prossimo 25 novembre l’incontro dal titolo “Il progetto del colore negli spazi collettivi” entrambi aperti anche a progettisti esterni e riconosciuti con CFP.

Sono in atto anche progetti innovativi nel campo colore che vedono la collaborazione di studenti e aziende e che presto saranno comunicati contribuendo a sviluppare sempre di più l’interazione tra formazione e produzione e fra due mondi che sempre hanno stentato a parlarsi ma che meritano e certamente necessitano di costruire un rapporto più solido per garantirsi un reciproco fruttuoso futuro.

http://www.labcolore.polimi.it/index.php/progetti/colormat


La luce come materia architettonica

ottobre 17, 2016

(di Andrea Cacaci) – ottobre 2016

Provate ad andare su Google e digitate: “L’architettura è”. Pur lasciando la frase nella sua sospensione sibillina uno dei primi risultati che il motore di ricerca vi restituisce è la famosa citazione di Le Corbusier che vede la luce come protagonista: “L’architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi assemblati nella luce. I nostri occhi sono fatti per vedere le forme nella luce: le ombre e le luci rivelano le forme (…)”.

E’ una frase tratta dal suo libro “Verso un’architettura” scritto intorno al 1920, pubblicato in Francia nel 1923 e diventato subito libro di culto per gli architetti di molte generazioni a seguire.

Nonostante la chiarezza e la nettezza di questa affermazione le schiere di architetti che negli anni si sono fortemente ispirati alle opere ed ai pensieri del “Maestro” in rari casi hanno usato la luce come vero e proprio materiale da costruzione. Altre sono state le sollecitazioni ed i suggerimenti dominanti, principalmente spaziali, formali e strutturali, tratti dalle sue fatiche.

Eppure, oltre alle sue parole, molte delle sue opere ci testimoniano un uso magistrale della luce, sia artificiale sia naturale, come elemento fondamentale nella costruzione (es.: www.collinenotredameduhaut.com).

Se pochi sono gli architetti che hanno dato seguito a questa lezione, bisogna andare a pescare in altre discipline per vederla applicata al meglio.

Il personaggio che negli ultimi anni ha condotto la più poderosa ricerca che affronta il rapporto tra architettura e luce è l’artista americano James Turrell. Dopo gli studi di psicologia, matematica ed arte, negli anni ’60 partecipa al movimento artistico californiano “Light and space” che vede anche Robert Irwin e Craig Kauffman tra le sue fila (www.artsy.net/gene/light-and-space-movement).

In attesa del completamento del “Roden Crater” (http://rodencrater.com/, il suo Masterwork iniziato nel 1974 con l’acquisizione di un cratere vulcanico trasformato in monumento alla percezione visiva), possiamo andare a visitare la sua ultima opera europea: la ristrutturazione della Cappella funebre nel cimitero Dorotheenstadtischer Friedhof a Berlino (www.nedelykov-moreira.com/de/projekte/kirchen-grabstaette/dorotheenstaedtischer-friedhof).

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Il piccolo edificio, costruito tra il 1927 e il 28, fu poi sottoposto a profonde modifiche nel secondo dopoguerra. L’attuale intervento di Turrell ha portato ad una totale trasfigurazione dell’immagine iniziale. Trattandosi di una cappella funebre la luce viene usata qui in una doppia veste: è materia ma è anche e soprattutto metafora. Dal “Fiat Lux” di biblica memoria fino ai “Blues Brothers” la luce ha rappresentato l’idea stessa della divinità (https://youtu.be/6Y5L4PUXclw).

Anche qui la luce che veste tutto e si fa materia da costruzione,  si tramuta nell’immagine del Dio che si incarna in ogni cosa. Questo concetto è ancora più evidente andando a verificare alcuni degli scenari luminosi creati da Turrell per l’area dell’altare e dell’abside in alcuni momenti specifici: toni del rosso per la Pentecoste, viola per l’Avvento e la Quaresima e bianco per il Natale e la Pasqua.

Tuttavia è per il tramonto che l’artista ha riservato il trattamento più spettacolare (www.flickr.com/photos/43503609@N00/albums/72157674690102145).

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A quell’ora l’interno della navata si illumina di blu e lascia che sia la mutevole luce naturale che penetra all’interno dalle alte vetrate laterali, dai lucernari sul transetto e dal timpano a sintonizzarsi con la variabilità della luce artificiale che illumina l’abside. La materia illuminata e le vetrate sovrappongono l’intensità delle loro luminanze scambiandosi i ruoli, si assottiglia la distinzione tra la luce e le forme che la ricevono. Le tonalità cromatiche sostituiscono le ombre dei volumi e gli spigoli diventano segni. La magia del luogo viene magistralmente costruita annullando la presenza delle sorgenti luminose, è tutto fatto di luce: non serve aggiungerne altra. Unica poetica concessione: due candele sull’altare.

Immagini tratte dai siti:

http://www.berlinerstiftungswoche.eu

http://www.baunetzwissen.de

http://www.lotto-stiftung-berlin.de/index.php/10-james-turrell-in-berlin


L’estetica del contrasto

settembre 19, 2016

(di Gianluca Sgalippa) – Settembre 2016

L’immaginario contemporaneo risente anch’esso della condizione di liquidità che investe tutti i campi del sapere e del progetto. Tutti i mondi espressivi sono possibili. Ma quelli non vivono in parallelo fra loro, senza interferire. Anzi, lo scenario della liquidità teorizzato da Bauman dà luogo, sul piano operativo, alla pratica della trasversalità, ovvero del confronto e della contaminazione fra sfere mentali, culturali e visive diverse fra loro.

Finito il percorso magnifico e progressivo della Modernità, l’innovazione sta nell’ibrido, nel mix.

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In campo cromatologico, l’interesse per le palette armoniche, di cui Cristina Polli ha discusso nell’articolo precedente, si affianca all’estetica del contrasto, della conflagrazione tra tinte e toni. Nella nostra civiltà, la novità iconografica risiede anche nel dialogo stridente tra colori.

Ma chi sentenzia che questo indirizzo espressivo sia costituito da episodi effettivamente incidentali?

Il senso del contrasto è evidente nella ricerca grafica e pittorica della Modernità. Nel periodo tra le due Guerre, nell’ambito delle avanguardie sovietiche e mitteleuropee, il colore diventa un segno forte, dirompente, dopo aver abbandonato ogni rapporto con la luce. Nei manifesti bolscevichi, i tratti rossi spaccano i fotomontaggi in bianco e nero, mentre Malevič e Mondrian mettono in relazione tinte molto nette e “primarie”.

Scelte gestuali, di frattura verso la tradizione e verso l’occhio. Nel secondo dopoguerra, specie nella grande stagione astratta italiana, la sperimentazione cromatica si estende verso tinte sempre più sofisticate. Tuttavia, nonostante la compresenza numericamente abbondante di colori nella stessa tela, la correlazione tra colori rispecchia una scelta molto più ricorsiva: l’abbinamento tra tonalità neutre e tinte forti.

A quel mondo la creatività contemporanea è sicuramente debitrice, sia ancora in sede pittorica – i quadri di Frank Stella degli anni ’70 sono giocati su contrasti molto arditi – sia nella moda, nel design d’arredo e nella grafica.contenitori-fowler-prod-made

Nei vari ambiti del progetto, il colore ha recuperato un ruolo di alto interesse creativo. Se, in passato, determinate tonalità hanno semplicemente rispecchiato delle mode, oggi l’identità di spazi, oggetti, abiti e rivestimento deriva dalla pratica dell’accostamento dei colori, ovvero dalle loro relazioni visive, che sono potenzialmente infinite.

Non sono solo i singoli cromatismi a interfacciarsi e a creare contrasto, ma diverse famiglie: fluo, acidi, neutri, primari, soft, naturali e tanti tanti altri.

Soprattutto nel mondo dell’architettura e del design il sistema NCS rappresenta uno strumento ad alta razionalità per la selezione e la catalogazione delle cromìe, che partono dalla tonalità piena per dissolversi a ridosso dei grigi. Proprio quest’ultima categoria, che annovera le nuance cosiddette “neutre”, dialoga spesso con le tinte accese, come in una configurazione bipolare.

Oggi vengono messi a mondi cromatici estremamente diversi fra loro non solo per il range cromatico ma anche per le implicanze percettive. Mentre l’armonia è variazione sul tema, il contrasto è reciproca esaltazione, come accade spesso anche nel mondo culinario, dove il conflitto tra i sapori diventa equilibrio.