Futuri Progettisti e Aziende di Produzione

novembre 21, 2016

(di Federico Picone) – novembre 2016

Parlare di mercato al giorno d’oggi è diventata quasi più un’attività da “indovini” che da esperti di settore o economisti & co.

Da diversi anni ormai ci si è assestati su standard che di standard hanno davvero poco; l’imprevedibilità dell’andamento dei mercati è ormai la prassi ed è anche un fenomeno abbastanza trasversale a diversi settori merceologici. Non ne rimane fuori, ovviamente, il settore dell’edilizia in genere e del colore nello specifico.

Un mercato sempre più allineato verso il basso che al contempo chiede sempre maggiore specializzazione e focus. Richieste diametralmente opposte che le aziende fanno fatica a seguire ma con tutte le forze si riadattano, si reinventano, si ridisegnano per servire al meglio il loro unico grande driver.

Nel settore dei prodotti vernicianti i numeri continuano ad essere estremamente timidi; non dico che siano negativi ma oscillano intorno ad una temperatura vicina agli 0°.

Il che porta da un lato a un (piccolissimo) sospiro di sollievo perché pare definitivamente arrestata la corsa verso il basso, dall’altro lato nega la possibilità di entusiasmi o slanci particolari verso nuovi investimenti e di conseguenza è rallentata la parte di ricerca e innovazione che porta da sempre ad un’evoluzione del prodotto e di conseguenza del mercato.

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Insomma, il solito cane che si morde la coda.

In un paese peraltro dove l’associazionismo stenta, storicamente, a decollare e dove in questo momento l’unione farebbe certamente la forza, le vie per “uscire dalla crisi” sembrano veramente dei cunicoli stretti e bui.

Questa la versione pessimistica (neanche troppo).

Poi ce n’è una ottimistica (neanche troppo): in Italia ci si rimbocca le maniche.

E giù a scervellarsi per nuovi progetti, nuove iniziative, nuovi prodotti, nuove frontiere di gestione aziendale, comunicazione, vendite, allestimenti, fiere si, fiere no e via discorrendo.

Il fermento non manca; le aziende sono in continuo movimento e mutamento. Pur mancando alcuni stimoli e alcune energie, non vi è ancora un buon motivo per fermarsi e certamente non vi è nessun motivo per sedersi sugli allori.

In questa ottica, finalmente, si è riusciti a dare spazio ad una visione. Visione intesa come sguardo in avanti, magari non direttamente connessa ad un ritorno immediato di fatturato.

Il tanto ambito ma mai realizzato sogno di avvicinare il mondo del progetto al mondo delle aziende, magari passando attraverso le nuove leve e quindi formandole per tempo, è finalmente realtà.

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Uno dei grandi problemi del rapporto aziende di produzione-progettisti è proprio la carenza formativa, specialmente in ambito tecnico, che è realtà oggi, nel settore dei prodotti vernicianti, nei percorsi universitari in Italia. Un architetto si ritrova a dover inserire voci di capitolato di prodotti di cui non ha la più pallida idea. Le aziende hanno ormai a catalogo migliaia di referenze e i nostri progettisti navigano in un abisso oscuro fatto di traspirante, lavabile e poco altro.

La mancanza di formazione sia in ambito di teoria e percezione del colore (e quindi di progettazione dell’elemento cromatico) sia di prodotto verniciante, è palese e dichiarata da anni dagli stessi progettisti.

A Milano (sempre li, ma volenti o nolenti è un posto dove le cose accadono; speriamo sia spunto per tanti altri esempi simili sul territorio) è nato ColorMat. Il primo format nel suo genere che ospita, all’interno della facoltà del Design e in particolare del Laboratorio Colore, uno spazio dedicato proprio ai prodotti vernicianti, dove le aziende di produzione sono chiamate a fornire campioni di colori e materiali diversi, schede tecniche, cartelle colori, in modo che il futuro progettista, nel suo iter di formazione possa iniziare a toccare con mano i prodotti che utilizzerà un giorno, i materiali con cui dovrà fare i conti e iniziare così a conoscere un mondo che ha alle spalle una esperienza e un contenuto tecnologico di altissimo livello.

 

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ColorMat è anche collettore di informazione e progettualità e crea formazione specifica in entrambe le direzioni: forma i suoi studenti sulla materia colore e, da oggi, sui prodotti e sulle caratteristiche tecniche, e fornisce formazione e aggiornamento alle aziende sulle proprie competenze in materia di colore.

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L’iniziativa, di sicuro interesse, è figlia di un accordo fra partner istituzionali di primo livello quali il Politecnico di Milano e Federchimica, che attraverso le rispettive estensioni nel settore specifico e quindi il Laboratorio Colore della Facoltà del Design e il gruppo Pitture e Vernici di AVISA hanno dato vita a questo format che finalmente garantirà una formazione un po’ più esaustiva in tema colore ai propri studenti e ai nostri futuri progettisti e quindi ai nostri futuri clienti.

Fra gli appuntamenti più recenti, si è tenuto lo scorso 30 settembre l‘incontro dal titolo “Valenze e significati del colore negli spazi urbani” e si terrà il prossimo 25 novembre l’incontro dal titolo “Il progetto del colore negli spazi collettivi” entrambi aperti anche a progettisti esterni e riconosciuti con CFP.

Sono in atto anche progetti innovativi nel campo colore che vedono la collaborazione di studenti e aziende e che presto saranno comunicati contribuendo a sviluppare sempre di più l’interazione tra formazione e produzione e fra due mondi che sempre hanno stentato a parlarsi ma che meritano e certamente necessitano di costruire un rapporto più solido per garantirsi un reciproco fruttuoso futuro.

http://www.labcolore.polimi.it/index.php/progetti/colormat


La luce come materia architettonica

ottobre 17, 2016

(di Andrea Cacaci) – ottobre 2016

Provate ad andare su Google e digitate: “L’architettura è”. Pur lasciando la frase nella sua sospensione sibillina uno dei primi risultati che il motore di ricerca vi restituisce è la famosa citazione di Le Corbusier che vede la luce come protagonista: “L’architettura è il gioco sapiente, rigoroso e magnifico dei volumi assemblati nella luce. I nostri occhi sono fatti per vedere le forme nella luce: le ombre e le luci rivelano le forme (…)”.

E’ una frase tratta dal suo libro “Verso un’architettura” scritto intorno al 1920, pubblicato in Francia nel 1923 e diventato subito libro di culto per gli architetti di molte generazioni a seguire.

Nonostante la chiarezza e la nettezza di questa affermazione le schiere di architetti che negli anni si sono fortemente ispirati alle opere ed ai pensieri del “Maestro” in rari casi hanno usato la luce come vero e proprio materiale da costruzione. Altre sono state le sollecitazioni ed i suggerimenti dominanti, principalmente spaziali, formali e strutturali, tratti dalle sue fatiche.

Eppure, oltre alle sue parole, molte delle sue opere ci testimoniano un uso magistrale della luce, sia artificiale sia naturale, come elemento fondamentale nella costruzione (es.: www.collinenotredameduhaut.com).

Se pochi sono gli architetti che hanno dato seguito a questa lezione, bisogna andare a pescare in altre discipline per vederla applicata al meglio.

Il personaggio che negli ultimi anni ha condotto la più poderosa ricerca che affronta il rapporto tra architettura e luce è l’artista americano James Turrell. Dopo gli studi di psicologia, matematica ed arte, negli anni ’60 partecipa al movimento artistico californiano “Light and space” che vede anche Robert Irwin e Craig Kauffman tra le sue fila (www.artsy.net/gene/light-and-space-movement).

In attesa del completamento del “Roden Crater” (http://rodencrater.com/, il suo Masterwork iniziato nel 1974 con l’acquisizione di un cratere vulcanico trasformato in monumento alla percezione visiva), possiamo andare a visitare la sua ultima opera europea: la ristrutturazione della Cappella funebre nel cimitero Dorotheenstadtischer Friedhof a Berlino (www.nedelykov-moreira.com/de/projekte/kirchen-grabstaette/dorotheenstaedtischer-friedhof).

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Il piccolo edificio, costruito tra il 1927 e il 28, fu poi sottoposto a profonde modifiche nel secondo dopoguerra. L’attuale intervento di Turrell ha portato ad una totale trasfigurazione dell’immagine iniziale. Trattandosi di una cappella funebre la luce viene usata qui in una doppia veste: è materia ma è anche e soprattutto metafora. Dal “Fiat Lux” di biblica memoria fino ai “Blues Brothers” la luce ha rappresentato l’idea stessa della divinità (https://youtu.be/6Y5L4PUXclw).

Anche qui la luce che veste tutto e si fa materia da costruzione,  si tramuta nell’immagine del Dio che si incarna in ogni cosa. Questo concetto è ancora più evidente andando a verificare alcuni degli scenari luminosi creati da Turrell per l’area dell’altare e dell’abside in alcuni momenti specifici: toni del rosso per la Pentecoste, viola per l’Avvento e la Quaresima e bianco per il Natale e la Pasqua.

Tuttavia è per il tramonto che l’artista ha riservato il trattamento più spettacolare (www.flickr.com/photos/43503609@N00/albums/72157674690102145).

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A quell’ora l’interno della navata si illumina di blu e lascia che sia la mutevole luce naturale che penetra all’interno dalle alte vetrate laterali, dai lucernari sul transetto e dal timpano a sintonizzarsi con la variabilità della luce artificiale che illumina l’abside. La materia illuminata e le vetrate sovrappongono l’intensità delle loro luminanze scambiandosi i ruoli, si assottiglia la distinzione tra la luce e le forme che la ricevono. Le tonalità cromatiche sostituiscono le ombre dei volumi e gli spigoli diventano segni. La magia del luogo viene magistralmente costruita annullando la presenza delle sorgenti luminose, è tutto fatto di luce: non serve aggiungerne altra. Unica poetica concessione: due candele sull’altare.

Immagini tratte dai siti:

http://www.berlinerstiftungswoche.eu

http://www.baunetzwissen.de

http://www.lotto-stiftung-berlin.de/index.php/10-james-turrell-in-berlin


L’estetica del contrasto

settembre 19, 2016

(di Gianluca Sgalippa) – Settembre 2016

L’immaginario contemporaneo risente anch’esso della condizione di liquidità che investe tutti i campi del sapere e del progetto. Tutti i mondi espressivi sono possibili. Ma quelli non vivono in parallelo fra loro, senza interferire. Anzi, lo scenario della liquidità teorizzato da Bauman dà luogo, sul piano operativo, alla pratica della trasversalità, ovvero del confronto e della contaminazione fra sfere mentali, culturali e visive diverse fra loro.

Finito il percorso magnifico e progressivo della Modernità, l’innovazione sta nell’ibrido, nel mix.

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In campo cromatologico, l’interesse per le palette armoniche, di cui Cristina Polli ha discusso nell’articolo precedente, si affianca all’estetica del contrasto, della conflagrazione tra tinte e toni. Nella nostra civiltà, la novità iconografica risiede anche nel dialogo stridente tra colori.

Ma chi sentenzia che questo indirizzo espressivo sia costituito da episodi effettivamente incidentali?

Il senso del contrasto è evidente nella ricerca grafica e pittorica della Modernità. Nel periodo tra le due Guerre, nell’ambito delle avanguardie sovietiche e mitteleuropee, il colore diventa un segno forte, dirompente, dopo aver abbandonato ogni rapporto con la luce. Nei manifesti bolscevichi, i tratti rossi spaccano i fotomontaggi in bianco e nero, mentre Malevič e Mondrian mettono in relazione tinte molto nette e “primarie”.

Scelte gestuali, di frattura verso la tradizione e verso l’occhio. Nel secondo dopoguerra, specie nella grande stagione astratta italiana, la sperimentazione cromatica si estende verso tinte sempre più sofisticate. Tuttavia, nonostante la compresenza numericamente abbondante di colori nella stessa tela, la correlazione tra colori rispecchia una scelta molto più ricorsiva: l’abbinamento tra tonalità neutre e tinte forti.

A quel mondo la creatività contemporanea è sicuramente debitrice, sia ancora in sede pittorica – i quadri di Frank Stella degli anni ’70 sono giocati su contrasti molto arditi – sia nella moda, nel design d’arredo e nella grafica.contenitori-fowler-prod-made

Nei vari ambiti del progetto, il colore ha recuperato un ruolo di alto interesse creativo. Se, in passato, determinate tonalità hanno semplicemente rispecchiato delle mode, oggi l’identità di spazi, oggetti, abiti e rivestimento deriva dalla pratica dell’accostamento dei colori, ovvero dalle loro relazioni visive, che sono potenzialmente infinite.

Non sono solo i singoli cromatismi a interfacciarsi e a creare contrasto, ma diverse famiglie: fluo, acidi, neutri, primari, soft, naturali e tanti tanti altri.

Soprattutto nel mondo dell’architettura e del design il sistema NCS rappresenta uno strumento ad alta razionalità per la selezione e la catalogazione delle cromìe, che partono dalla tonalità piena per dissolversi a ridosso dei grigi. Proprio quest’ultima categoria, che annovera le nuance cosiddette “neutre”, dialoga spesso con le tinte accese, come in una configurazione bipolare.

Oggi vengono messi a mondi cromatici estremamente diversi fra loro non solo per il range cromatico ma anche per le implicanze percettive. Mentre l’armonia è variazione sul tema, il contrasto è reciproca esaltazione, come accade spesso anche nel mondo culinario, dove il conflitto tra i sapori diventa equilibrio.


Abbinare cromie, il dialogo armonico tra i colori.

luglio 14, 2016

(di Cristina Polli) –luglio 2016
Se davvero vogliamo dei principi, questi vanno cercati nei modi con cui il cervello conosce. Nel dialogo senza sosta tra fisiologia e cultura. Non si tratta quindi di formule o regolette, ma piuttosto di nodi problematici, di domande da porsi“. (R. Falcinelli, “Guardare, Pensare, Progettare”, Stampa Alternativa & Graffiti, ROMA, 2011

Approcciandosi al progetto cromatico si cercano spesso, per bisogno di rassicurazione e per comodità/praticità, delle regole, quasi delle ricette, con le quali potersi orientare. Il problema è accostare, armonizzare, costruire palette cromatiche che funzionino. In realtà non esiste una ricetta precostituita che possa dare indicazioni corrette su quali siano i colori accostabili. Se di colore corretto o adatto dobbiamo/vogliamo parlare, bisogna per vari motivi limitarsi a quei casi in cui esso è funzionale e risponde a precise richieste (un banale esempio è l’utilizzo del colore nell’ambito della sicurezza o della segnaletica). Non dimentichiamoci che sempre il colore esprime funzioni e significati, che poi l’osservatore legge ed interpreta.

Più che di colore in sè, dovremmo riferirci all’applicazione (dove) e allogazione (come); al contesto di riferimento; alle motivazioni (perchè) per altro fondamentali in quanto si opera soprattutto per i bisogni dell’individuo. Ogni progetto, situazione e caso, sono differenti e abbisognano di un appropriato utilizzo della componente cromatica. Come direbbe l’Arnheim, il problema “è come dare forma adeguata ad un determinato contenuto“. (R. Arnheim, “Arte e percezione visiva”, Feltrinelli, MI, 1999)

Partire dall’analisi percettiva della realtà (come l’osservatore-percettore legge il percetto relativo) e dagli studi scientifici su come il cervello intrepreta scenari e vissuto, sicuramente serve a fondare presupposti per una progettazione consapevole. Il sapere, per esempio, che a causa del contrasto simultaneo colori adiacenti appaiono diversi a seconda della loro giustapposizione nel campo visivo e che il colore di ogni elemento di un gruppo ha effetto sugli altri per cui tutti sono influenzati dal colore dello sfondo, è basilare per progettare sia spazi interni che esterni. Oppure comprendere che la lettura di un qualsivoglia contesto migliora attraverso il contrasto, permette di non commettere errori grossolani. Quindi, non tanto conta il capire quale sia il colore adatto all’occasione (a meno che non si stia parlando di un abito…), quanto la quantità (rapporti tra colori in termini di peso, grandezza, campitura da utilizzare…) la qualità (attributi del colore: uso di tinte declinate in chiarezza e saturazione/cromaticità diverse) il rapporto tra colori (giustapposti, inclusi, includenti, adiacenti, etc.) il rapporto con il contesto (stato dell’arte dello spazio; tipologia di illuminazione; materia sulla quale va collocato il colore, etc.).

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Un aiuto al progetto, per abbinare/accostare tra loro tinte e colori, però si può trovare e ci arriva da sistemi che da sempre hanno cercato proprio di identificare le cosiddette armonie di colori. Citerei W. Ostwald, con una definizione che sblocca il concetto di “armonia”, conducendolo al principio di “ordine”, in coerenza con l’aspetto percettivo: “L’esperienza insegna che certe giustapposizioni di colore producono un effetto piacevole, altre un effetto spiacevole o indifferente. Nasce il problema del perché di questo. La risposta è: producono un effetto piacevole i colori che si trovano in un preciso e regolato rapporto reciproco, vale a dire in un ordine. Se questo ordine manca, i colori appaiono spiacevoli o indifferenti: si dicono armonici i gruppi di colori che determinano un effetto gradevole, valendo il principio fondamentale che armonia è uguale a ordine“. L’ausilio di un sistema permette la costruzione di propri schemi cromatici, percettivamente ordinati, che però dovranno essere valutati e confrontati con il reale spazio (od oggetto) nel quale e per il quale si andrà ad agire.

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Praticamente, prendendo come esempio il Sistema NCS, è possibile trovare una sequenza ordinata attraverso l’utilizzo di uguali attributi percettivi. Senza entrare nei dettagli delle fasi metaprogettuali che sappiamo essere d’obbligo, poniamo il caso di voler utilizzare per un progetto di uno spazio interno privato il piano di tinta Y30R. Potremmo decidere per una palette costituita da (per semplicità riporto tre colori): o uguale nerezza (blackness) 1005-Y30R, 1030-Y30R, 1060-Y30R o uguale cromaticità (chromaticness) 0540-Y30R, 2040-Y30R, 5040-Y30R o da uguale bianchezza (whiteness) 1050-Y30R, 3030-Y30R, 4020-Y30R

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Se si desidera possono essere utilizzati più piani di tinta e lasciare invariata la nuance: 1040-Y30R, 1040-R70B, 1040-G40Y (oppure di nuovo uguale nerezza, o cromaticità o bianchezza anche con differenti piani di tinta).

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I sistemi dispongono di tinte (bianco, nero, giallo, rosso, blu e verde) e di tutte le loro nuances; inoltre compaiono i neri, bianchi e grigi acromatici o neutri.

Un altro approccio, di carattere empirico, ma che tiene conto della percezione istintuale e quindi degli aspetti legati alla struttura biologica dell’essere umano, è basato sulla realizzazione di palette cromatiche mediante la mappatura di elementi naturali. Lo scenario naturale è definito da gradienti di tinta, tessitura, luminosità (J. Gibson). Estrapolare i colori direttamente dalla vegetazione, può in alcuni casi essere estremamente interessante e portare a riflessioni e/o ricerche utili al progetto.

File0032acqua canvasLa palette cromatica di qualche foglia di salvia, per esempio, ci dimostra quante sfumature e contrasti esistano in uno scenario apparentemente monocromatico. Oppure i vari gradienti dati dall’immagine di un bosco, ci raccontano come luce e colore interagiscano tra loro per fornire l’illuminazione appropriata, adatta ad un determinato stato psicofisiologico e/o ad uno spazio di vita. Gli approcci possono variare e sappiamo che da progetto a progetto mutano gli obiettivi, quindi anche le palette cromatiche di riferimento; rimane costante, tra mille variabili, il fatto che il colore assume un significato e dà informazioni precise, solo se contestualizzato.

Quindi anche l’ordine cromatico progettato per qualsiasi luogo, assume valore e costruisce lo spazio, se collocato nel contesto mediante un’operazione ragionata, argomentata, coerente. Riqualificare vuol dire dare anche le giuste informazioni, suggerire segnali visibili e percettivamente assimilabili, comunicando secondo logiche biologiche, vicine al nostro modo di essere umani. In ciò, credo, stia la vera armonia.


Psicologia del colore e pregiudizio

giugno 17, 2016

(di Tiziana Vernola) – giugno 2016

Da sempre conosciamo il potere evocativo dei colori e il loro significato simbolico.
Il rosso è per antichi e moderni il sangue e la vita; Il verde è il colore della vegetazione, della natura, della rinascita primaverile, della forza, equilibrio, il colore di chi vuole crescere ed evolversi.
Questi colori insieme agli altri, come il blu, giallo, arancione, hanno forti implicazioni sul nostro modo di esprimere una idea, condividerla e presentarla agli altri.

I colori sollecitano emozioni e sentimenti, talora vivi e intensi come i colori stessi, attraggono l’attenzione ed esprimono valori, cosa che sa molto bene il movimento di liberazione omosessuale che da anni lotta contro l’omofobia.

Lo psicologo George Weinberg coniò il termine “Omofobia” per spiegare quel fenomeno in base al quale si ha una paura irrazionale e si disprezza una persona di orientamento omosessuale.
In questo caso non si tratta però di semplice paura, ma di un sentimento molto più complesso e negativo che ha tutte le caratteristiche di un pregiudizio; trattasi di una “fobia operante come un pregiudizio”.
L’omofobia consiste in sintesi in “quell’insieme di pensieri, idee, opinioni che provocano emozioni quali ansia, paura, disgusto, disagio, rabbia, ostilità nei confronti delle persone omosessuali”.

La bandiera arcobaleno che rappresenta una reazione consapevole al pregiudizio, è caratterizzata da un gran numero di colori, 6, (chiamata anche bandiera rainbow o bandiera gay) e attualmente è il simbolo più usato e noto del movimento di liberazione omosessuale.

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Assomiglia alla bandiera della pace e si differenzia da essa solamente per l’assenza della scritta PACE.

La bandiera arcobaleno, i cui colori simboleggiano l’orgoglio e i diritti gay, è anche chiamata “bandiera della libertà” (freedom flag), ed è stata usata come simbolo fin dagli anni ottanta.

Fu ideata nel 1978 a San Francisco dall’artista Gilbert Baker, ed aveva in origine otto colori; ciascuno rappresentava un valore, ossia un aspetto caro alla simbologia New age (serenità, spiritualità, natura, vita, sessualità).  Le tinte si sono progressivamente ridotte da sette a sei, perché negli anni è risultato sempre più complicato reperire i colori.

Ecco il significato specifico di ogni colore:

  • rosa – sessualità
  • rosso – vita
  • arancione – salute e guarigione
  • giallo – luce del sole
  • verde – natura
  • turchese – magia
  • blu – serenità
  • viola – spirito o anima

 

Il rosso simboleggia la vita, l’arancione la guarigione e la salute, il giallo è sinonimo di luce del sole, il verde simboleggia la natura, il blu l’armonia e la serenità, mentre il viola è l’anima e lo spirito.

La bandiera bisessuale rivendica poi l’orgoglio di chi è bisessuale.

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Un’ampia striscia color magenta nella parte superiore rimanda all’attrazione verso chi è dello stesso sesso; una grande striscia blu nella parte inferiore rappresenta l’attrazione verso il sesso opposto, infine una piccola striscia color lavanda intenso occupa il quinto centrale, che rappresenta l’attrazione verso entrambi i sessi.

La bandiera dell’orgoglio bisessuale fu inaugurata il 5 dicembre 1998, ideata da Michael Page e si riferisce alla comunità bisessuale.

Tutti questi colori rimandano pertanto alla pace alla armonia; lo scopo è ridurre il pregiudizio verso gli omosessuali e creare aggregazione e associazionismo.

Purtroppo il pregiudizio si radica in modo quasi automatico.
Inteso come la valutazione positiva negativa di un gruppo sociale e dei suoi componenti, è stato talora considerato come il prodotto del ragionamento distorto di alcuni individui disturbati mentre a favorirlo, vi contribuiscono fattori sociali e cognitivi ben più complessi.

Ricerche hanno dimostrato che qualunque gruppo, anche il più semplice, ad esempio “le casalinghe al mercato” che condividano caratteristiche socialmente significative che le fanno assomigliare le une alle altre, può diventare un bersaglio del pregiudizio.  Questo ci fa intendere quanto un pregiudizio si possa radicare con facilità nella nostra mente.

Per ovviare a questo automatismo della mente, l’associazionismo e la sua colorata simbologia, vogliono superare gli stereotipi, informare, motivare, e fare in modo che i giudizi siano consapevoli.
Pertanto sarebbe sensato che le persone rifiutassero consciamente il pregiudizio impegnandosi a ricercare informazioni che correggano i propri giudizi e amplino le proprie vedute.

BIBLIOGRAFIA:
PSICOLOGIA SOCIALE Eliot R. Smith, Mackie, 2002,

AUTORE:
Tiziana Vernola

Mi chiamo Tiziana Vernola e lavoro come Psicologa-Psicoterapeuta a indirizzo neo-ericksoniano. Sono laureata in Psicologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e, iscritta all’Albo degli Psicoterapeuti della Regione Lombardia (numero 9903), socia SIMP (Società italiana medicina Psicosomatica) dopo aver conseguito la formazione quadriennale in Psicoterapia Ipnotica (AMISI) mi sono dedicata alla cura di: disturbi d’ansia, depressione e disturbi psicosomatici Oggi mi interesso inoltre a problematiche legate alla coppia, all’educazione sessuale, all’omosessualità, e a percorsi di crescita personale e sostegno psichico ai Malati di HIV, che, in questo modo, migliorano la loro qualità di vita e godono maggiormente dei benefici delle cure.

CONTATTI:
t.vernola@libero.it
http://ansiaeipnosi.it/


Arte, riti e colori fra gli indigeni: gli Abelam

maggio 18, 2016

(di Besa Misa) – maggio 2016

La popolazione Abelam vive isolata tra le montagne Prince Alexander della provincia Sepik Est di Papua Nuova Guinea. La sua attività più diffusa è l’agricoltura. La vita sociale, culturale e religiosa si incentra infatti sulla coltivazione dell’igname: un tubero con il duplice utilizzo di base alimentare (nella sua varietà più corta) e di oggetto simbolico, coltivato esclusivamente per motivi cerimoniali (nella varietà che può addirittura raggiungere i 3 metri di lunghezza).

Fino agli anni ’80 circa, il ciclo di crescita dell’igname interessava l’intera comunità Abelam al punto da essere accompagnato da veri e propri rituali che culminavano  durante le feste annuali chiamate Tambaran, con la pubblica esibizione del raccolto principale sul quale venivano applicate maschere antropomorfe dipinte con i quattro pigmenti  base dell’arte locale: bianco, nero, rosso e giallo. Gli stessi colori sono ben visibili nelle decorazioni dei Korambo, le “case degli spiriti” all’interno delle quali avvenivano le iniziazioni dei giovani maschi della tribù.

Sing-sing is a gathering of a few tribes or villages in Papua New Guinea. People arrive to show their distinct culture, dance and music. The aim of these gatherings is to peacefully share traditions. Villagers paint and decorate themselves for sing-sings. Info: en.wikipedia.org/wiki/Sing-sing The Abelam are a people who live in the East Sepik province of Papua New Guinea. They are a farming society in which giant yams form a significant role. They live in the Prince Alexander mountains near the north coast of the island Farming and hunting The Abelam live in the tropical rain forest and clear ground by burning. Their main food crops are yams, taro, bananas, and sweet potatoes. They supplement this with food gathered from the rain forest as well as pigs and chickens raised domestically. They also hunt small marsupials and cassowaries. Yam growing forms a large part of Abelam society. The growing of large yams (they can be as large as 80-90 inches (2,300 mm) long) determines the status of individuals as well as the whole village. At yam festivals an individual would give his largest yam to his worst enemy who would then be obligated to grow an even larger yam or have his status fall each year in which he was unable to do so. Separate villages would gather at yam festivals where the hosting villages status would be determined by the size of their yams as well as their ability to provide more food than could be eaten and carried away by the rival village. During the yam growing season strong emotions were kept to a minimum as they were thought to impede the growth of the yams. Fighting was taboo as was sexual activity. It was thought that the yams had a spirit and could sense any of these strong emotions. Info: en.wikipedia.org/wiki/Abelam

Trattasi di edifici su piano triangolare di dimensioni ragguardevoli, decorate, soprattutto nella facciata, da stuoie e pannelli lignei con incisioni e pitture raffiguranti  soprattutto teste di forma ovale stilizzata. All’interno della casa cerimoniale il giovane iniziato veniva a contatto con oggetti sacri, maschere e sculture che rappresentavano gli esseri mitici e gli spiriti degli antenati. La carica simbolica e impressiva di tali oggetti era indubbiamente alta influenzando il sistema cognitivo e visuale dei giovani. In generale si condizionava anche la loro percezione e classificazione dei colori. La visione e denominazione dei colori per gli Abelam veniva quindi mediata dalle loro pratiche culturali. Se ne trova diretta constatazione tutt’oggi sul piano linguistico: essi possiedono  difatti solo i nomi dei quattro colori sopra citati. A nessun’altra tonalità di colore viene attribuito un nome al di fuori del bianco, nero, giallo o rosso e qualsiasi altra tinta viene inserita all’interno di questa quadruplice classificazione.

Sing-sing is a gathering of a few tribes or villages in Papua New Guinea. People arrive to show their distinct culture, dance and music. The aim of these gatherings is to peacefully share traditions. Villagers paint and decorate themselves for sing-sings. Info: en.wikipedia.org/wiki/Sing-sing The Abelam are a people who live in the East Sepik province of Papua New Guinea. They are a farming society in which giant yams form a significant role. They live in the Prince Alexander mountains near the north coast of the island Farming and hunting The Abelam live in the tropical rain forest and clear ground by burning. Their main food crops are yams, taro, bananas, and sweet potatoes. They supplement this with food gathered from the rain forest as well as pigs and chickens raised domestically. They also hunt small marsupials and cassowaries. Yam growing forms a large part of Abelam society. The growing of large yams (they can be as large as 80-90 inches (2,300 mm) long) determines the status of individuals as well as the whole village. At yam festivals an individual would give his largest yam to his worst enemy who would then be obligated to grow an even larger yam or have his status fall each year in which he was unable to do so. Separate villages would gather at yam festivals where the hosting villages status would be determined by the size of their yams as well as their ability to provide more food than could be eaten and carried away by the rival village. During the yam growing season strong emotions were kept to a minimum as they were thought to impede the growth of the yams. Fighting was taboo as was sexual activity. It was thought that the yams had a spirit and could sense any of these strong emotions. Info: en.wikipedia.org/wiki/Abelam

In quest’ottica, i pigmenti possedevano certamente, non solo un ruolo essenziale per l’espressione artistica della comunità Abelam,  ma addirittura una valenza magica perché permettevano di “dare vita” alle sculture, pitture e maschere utilizzate nei rituali.  I colori avevano quindi lo scopo di materializzare la forza sovrannaturale attribuita agli oggetti sacri, permettendo la diretta comunicazione tra gli uomini e gli spiriti.

Negli ultimi decenni del secolo scorso si è verificato un processo di urbanizzazione che ha portato gli indigeni Abelam ad un contatto più diretto e frequente con la cultura occidentale e la religione cristiana. Con il cambiamento delle condizioni socio-culturali si è verificata una progressiva dissociazione dalle tradizioni rituali. Ciononostante, l’eredità artistica che tutt’ora è imprescindibile dai colori viene manifestata e celebrata durante i sing-sing festival, occasioni durante le quali le varie tribù della Papua Nuova Guinea si riuniscono per mostrare i propri usi e costumi.

 

Bibliografia:
A.Forge, “Learning to See in New Guinea,” in Socialization, the Approach from Social Anthropology, ed. P. Mayer (London, 1970), pp. 184-86.
V.Lanternari, “L’”incivilimento dei barbari” identità, migrazioni e neo-razzismo”, ed. Dedalo (Bari, 1997), pp.77-78.
S.Mancini, “Da Lévy-Bruhl all’antropologia cognitiva – Lineamenti di una teoria delle mentalità primitiva”, ed. Dedalo (Bari 1989)

Siti consultati:
http://www.anthropology.pitt.edu/node/233
https://abelamculture.wordpress.com
http://www.everyculture.com/Oceania/Abelam-Economy.html
http://www.madangfestival.org

Immagini prese da:
http://www.flickrhivemind.net

Autore: Besa Misa
Collabora come project coordinator e addetto alle relazioni internazionali presso l’associazione non-profit “Cultura&Solidarietà”.

Contatti:
relazioni.internazionali@culturasolidarieta.it
http://www.culturasolidarieta.it

 


Il “Tema Cromatico” nell’Interior Design

aprile 18, 2016

(di Luciano Merlini) – aprile 2016

Nessun componente d’arredo, al di là delle sue funzioni specifiche, è di per se stesso risolutivo nell’interior design, perché è destinato ad incontrarsi con altri.

L’immagine attraverso la quale si propone un ambiente, pubblico o privato che sia, è deteminata da un insieme di elementi.
Elementi d’arredo con destinazioni d’uso diverse, come mobili e accessori vari, e componenti strutturali come pareti e pavimenti.

Anche queste ultime infatti, potendo essere “decorate” in svariati modi – dalla pitture alle carte da parati, dalla ceramiche ai legni – rientrano a pieno diritto nel concetto di interior design. Anzi, non fosse altro che per le loro dimensioni, spesso incidono in maniera determinante.

Tutto questo porta ad avere un insieme di elementi, come detto precedentemente, ognuno dei quali si contraddistingue per un suo stile o un suo disegno, oltre che per il materiale con cui è realizzato.

Premesso che ognuno di noi ha i propri gusti personali e conseguentemente può adottare qualsiasi soluzione d’arredo creando gli accostamenti preferiti – anzi, spesso anche un mobile antico ed una poltrona dal design ultramoderno posti vicini fra loro possono dare risultati sorprendenti – l’ambiente va visto comunque in una “logica di totalità”.

E cosa, fra forme e materiali così disparati e diversi fra loro, può offrire questa logica? Il colore: un “colore guida” che si coordina con altri presenti nell’ambiente e che si ripropone qua e là come tema cromatico, senza limiti di nessun genere perché non vincolato né da forme né da materiali.

Senzanome

Se un qualsiasi produttore di componenti d’arredo che si propongono alla vendita in più colori, usasse proprio questo concetto – quello cioè di presentare il proprio prodotto anche accanto ad altri, susciterebbe maggior interesse e attenzione, perché andrebbe incontro alle aspettative dei consumatori i quali, quando pensano all’arredo di un ambiente, giustamente lo pensano nella sua globalità.

 

Luciano Merlini

Owner della Merlini e Associati – Milano
Projects of Color Design and Color Communication

CONTATTI:
l.merlini@merlinieassociati.com