Abbinare cromie, il dialogo armonico tra i colori.

luglio 14, 2016

(di Cristina Polli) –luglio 2016
Se davvero vogliamo dei principi, questi vanno cercati nei modi con cui il cervello conosce. Nel dialogo senza sosta tra fisiologia e cultura. Non si tratta quindi di formule o regolette, ma piuttosto di nodi problematici, di domande da porsi“. (R. Falcinelli, “Guardare, Pensare, Progettare”, Stampa Alternativa & Graffiti, ROMA, 2011

Approcciandosi al progetto cromatico si cercano spesso, per bisogno di rassicurazione e per comodità/praticità, delle regole, quasi delle ricette, con le quali potersi orientare. Il problema è accostare, armonizzare, costruire palette cromatiche che funzionino. In realtà non esiste una ricetta precostituita che possa dare indicazioni corrette su quali siano i colori accostabili. Se di colore corretto o adatto dobbiamo/vogliamo parlare, bisogna per vari motivi limitarsi a quei casi in cui esso è funzionale e risponde a precise richieste (un banale esempio è l’utilizzo del colore nell’ambito della sicurezza o della segnaletica). Non dimentichiamoci che sempre il colore esprime funzioni e significati, che poi l’osservatore legge ed interpreta.

Più che di colore in sè, dovremmo riferirci all’applicazione (dove) e allogazione (come); al contesto di riferimento; alle motivazioni (perchè) per altro fondamentali in quanto si opera soprattutto per i bisogni dell’individuo. Ogni progetto, situazione e caso, sono differenti e abbisognano di un appropriato utilizzo della componente cromatica. Come direbbe l’Arnheim, il problema “è come dare forma adeguata ad un determinato contenuto“. (R. Arnheim, “Arte e percezione visiva”, Feltrinelli, MI, 1999)

Partire dall’analisi percettiva della realtà (come l’osservatore-percettore legge il percetto relativo) e dagli studi scientifici su come il cervello intrepreta scenari e vissuto, sicuramente serve a fondare presupposti per una progettazione consapevole. Il sapere, per esempio, che a causa del contrasto simultaneo colori adiacenti appaiono diversi a seconda della loro giustapposizione nel campo visivo e che il colore di ogni elemento di un gruppo ha effetto sugli altri per cui tutti sono influenzati dal colore dello sfondo, è basilare per progettare sia spazi interni che esterni. Oppure comprendere che la lettura di un qualsivoglia contesto migliora attraverso il contrasto, permette di non commettere errori grossolani. Quindi, non tanto conta il capire quale sia il colore adatto all’occasione (a meno che non si stia parlando di un abito…), quanto la quantità (rapporti tra colori in termini di peso, grandezza, campitura da utilizzare…) la qualità (attributi del colore: uso di tinte declinate in chiarezza e saturazione/cromaticità diverse) il rapporto tra colori (giustapposti, inclusi, includenti, adiacenti, etc.) il rapporto con il contesto (stato dell’arte dello spazio; tipologia di illuminazione; materia sulla quale va collocato il colore, etc.).

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Un aiuto al progetto, per abbinare/accostare tra loro tinte e colori, però si può trovare e ci arriva da sistemi che da sempre hanno cercato proprio di identificare le cosiddette armonie di colori. Citerei W. Ostwald, con una definizione che sblocca il concetto di “armonia”, conducendolo al principio di “ordine”, in coerenza con l’aspetto percettivo: “L’esperienza insegna che certe giustapposizioni di colore producono un effetto piacevole, altre un effetto spiacevole o indifferente. Nasce il problema del perché di questo. La risposta è: producono un effetto piacevole i colori che si trovano in un preciso e regolato rapporto reciproco, vale a dire in un ordine. Se questo ordine manca, i colori appaiono spiacevoli o indifferenti: si dicono armonici i gruppi di colori che determinano un effetto gradevole, valendo il principio fondamentale che armonia è uguale a ordine“. L’ausilio di un sistema permette la costruzione di propri schemi cromatici, percettivamente ordinati, che però dovranno essere valutati e confrontati con il reale spazio (od oggetto) nel quale e per il quale si andrà ad agire.

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Praticamente, prendendo come esempio il Sistema NCS, è possibile trovare una sequenza ordinata attraverso l’utilizzo di uguali attributi percettivi. Senza entrare nei dettagli delle fasi metaprogettuali che sappiamo essere d’obbligo, poniamo il caso di voler utilizzare per un progetto di uno spazio interno privato il piano di tinta Y30R. Potremmo decidere per una palette costituita da (per semplicità riporto tre colori): o uguale nerezza (blackness) 1005-Y30R, 1030-Y30R, 1060-Y30R o uguale cromaticità (chromaticness) 0540-Y30R, 2040-Y30R, 5040-Y30R o da uguale bianchezza (whiteness) 1050-Y30R, 3030-Y30R, 4020-Y30R

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Se si desidera possono essere utilizzati più piani di tinta e lasciare invariata la nuance: 1040-Y30R, 1040-R70B, 1040-G40Y (oppure di nuovo uguale nerezza, o cromaticità o bianchezza anche con differenti piani di tinta).

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I sistemi dispongono di tinte (bianco, nero, giallo, rosso, blu e verde) e di tutte le loro nuances; inoltre compaiono i neri, bianchi e grigi acromatici o neutri.

Un altro approccio, di carattere empirico, ma che tiene conto della percezione istintuale e quindi degli aspetti legati alla struttura biologica dell’essere umano, è basato sulla realizzazione di palette cromatiche mediante la mappatura di elementi naturali. Lo scenario naturale è definito da gradienti di tinta, tessitura, luminosità (J. Gibson). Estrapolare i colori direttamente dalla vegetazione, può in alcuni casi essere estremamente interessante e portare a riflessioni e/o ricerche utili al progetto.

File0032acqua canvasLa palette cromatica di qualche foglia di salvia, per esempio, ci dimostra quante sfumature e contrasti esistano in uno scenario apparentemente monocromatico. Oppure i vari gradienti dati dall’immagine di un bosco, ci raccontano come luce e colore interagiscano tra loro per fornire l’illuminazione appropriata, adatta ad un determinato stato psicofisiologico e/o ad uno spazio di vita. Gli approcci possono variare e sappiamo che da progetto a progetto mutano gli obiettivi, quindi anche le palette cromatiche di riferimento; rimane costante, tra mille variabili, il fatto che il colore assume un significato e dà informazioni precise, solo se contestualizzato.

Quindi anche l’ordine cromatico progettato per qualsiasi luogo, assume valore e costruisce lo spazio, se collocato nel contesto mediante un’operazione ragionata, argomentata, coerente. Riqualificare vuol dire dare anche le giuste informazioni, suggerire segnali visibili e percettivamente assimilabili, comunicando secondo logiche biologiche, vicine al nostro modo di essere umani. In ciò, credo, stia la vera armonia.


Psicologia del colore e pregiudizio

giugno 17, 2016

(di Tiziana Vernola) – giugno 2016

Da sempre conosciamo il potere evocativo dei colori e il loro significato simbolico.
Il rosso è per antichi e moderni il sangue e la vita; Il verde è il colore della vegetazione, della natura, della rinascita primaverile, della forza, equilibrio, il colore di chi vuole crescere ed evolversi.
Questi colori insieme agli altri, come il blu, giallo, arancione, hanno forti implicazioni sul nostro modo di esprimere una idea, condividerla e presentarla agli altri.

I colori sollecitano emozioni e sentimenti, talora vivi e intensi come i colori stessi, attraggono l’attenzione ed esprimono valori, cosa che sa molto bene il movimento di liberazione omosessuale che da anni lotta contro l’omofobia.

Lo psicologo George Weinberg coniò il termine “Omofobia” per spiegare quel fenomeno in base al quale si ha una paura irrazionale e si disprezza una persona di orientamento omosessuale.
In questo caso non si tratta però di semplice paura, ma di un sentimento molto più complesso e negativo che ha tutte le caratteristiche di un pregiudizio; trattasi di una “fobia operante come un pregiudizio”.
L’omofobia consiste in sintesi in “quell’insieme di pensieri, idee, opinioni che provocano emozioni quali ansia, paura, disgusto, disagio, rabbia, ostilità nei confronti delle persone omosessuali”.

La bandiera arcobaleno che rappresenta una reazione consapevole al pregiudizio, è caratterizzata da un gran numero di colori, 6, (chiamata anche bandiera rainbow o bandiera gay) e attualmente è il simbolo più usato e noto del movimento di liberazione omosessuale.

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Assomiglia alla bandiera della pace e si differenzia da essa solamente per l’assenza della scritta PACE.

La bandiera arcobaleno, i cui colori simboleggiano l’orgoglio e i diritti gay, è anche chiamata “bandiera della libertà” (freedom flag), ed è stata usata come simbolo fin dagli anni ottanta.

Fu ideata nel 1978 a San Francisco dall’artista Gilbert Baker, ed aveva in origine otto colori; ciascuno rappresentava un valore, ossia un aspetto caro alla simbologia New age (serenità, spiritualità, natura, vita, sessualità).  Le tinte si sono progressivamente ridotte da sette a sei, perché negli anni è risultato sempre più complicato reperire i colori.

Ecco il significato specifico di ogni colore:

  • rosa – sessualità
  • rosso – vita
  • arancione – salute e guarigione
  • giallo – luce del sole
  • verde – natura
  • turchese – magia
  • blu – serenità
  • viola – spirito o anima

 

Il rosso simboleggia la vita, l’arancione la guarigione e la salute, il giallo è sinonimo di luce del sole, il verde simboleggia la natura, il blu l’armonia e la serenità, mentre il viola è l’anima e lo spirito.

La bandiera bisessuale rivendica poi l’orgoglio di chi è bisessuale.

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Un’ampia striscia color magenta nella parte superiore rimanda all’attrazione verso chi è dello stesso sesso; una grande striscia blu nella parte inferiore rappresenta l’attrazione verso il sesso opposto, infine una piccola striscia color lavanda intenso occupa il quinto centrale, che rappresenta l’attrazione verso entrambi i sessi.

La bandiera dell’orgoglio bisessuale fu inaugurata il 5 dicembre 1998, ideata da Michael Page e si riferisce alla comunità bisessuale.

Tutti questi colori rimandano pertanto alla pace alla armonia; lo scopo è ridurre il pregiudizio verso gli omosessuali e creare aggregazione e associazionismo.

Purtroppo il pregiudizio si radica in modo quasi automatico.
Inteso come la valutazione positiva negativa di un gruppo sociale e dei suoi componenti, è stato talora considerato come il prodotto del ragionamento distorto di alcuni individui disturbati mentre a favorirlo, vi contribuiscono fattori sociali e cognitivi ben più complessi.

Ricerche hanno dimostrato che qualunque gruppo, anche il più semplice, ad esempio “le casalinghe al mercato” che condividano caratteristiche socialmente significative che le fanno assomigliare le une alle altre, può diventare un bersaglio del pregiudizio.  Questo ci fa intendere quanto un pregiudizio si possa radicare con facilità nella nostra mente.

Per ovviare a questo automatismo della mente, l’associazionismo e la sua colorata simbologia, vogliono superare gli stereotipi, informare, motivare, e fare in modo che i giudizi siano consapevoli.
Pertanto sarebbe sensato che le persone rifiutassero consciamente il pregiudizio impegnandosi a ricercare informazioni che correggano i propri giudizi e amplino le proprie vedute.

BIBLIOGRAFIA:
PSICOLOGIA SOCIALE Eliot R. Smith, Mackie, 2002,

AUTORE:
Tiziana Vernola

Mi chiamo Tiziana Vernola e lavoro come Psicologa-Psicoterapeuta a indirizzo neo-ericksoniano. Sono laureata in Psicologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e, iscritta all’Albo degli Psicoterapeuti della Regione Lombardia (numero 9903), socia SIMP (Società italiana medicina Psicosomatica) dopo aver conseguito la formazione quadriennale in Psicoterapia Ipnotica (AMISI) mi sono dedicata alla cura di: disturbi d’ansia, depressione e disturbi psicosomatici Oggi mi interesso inoltre a problematiche legate alla coppia, all’educazione sessuale, all’omosessualità, e a percorsi di crescita personale e sostegno psichico ai Malati di HIV, che, in questo modo, migliorano la loro qualità di vita e godono maggiormente dei benefici delle cure.

CONTATTI:
t.vernola@libero.it
http://ansiaeipnosi.it/


Arte, riti e colori fra gli indigeni: gli Abelam

maggio 18, 2016

(di Besa Misa) – maggio 2016

La popolazione Abelam vive isolata tra le montagne Prince Alexander della provincia Sepik Est di Papua Nuova Guinea. La sua attività più diffusa è l’agricoltura. La vita sociale, culturale e religiosa si incentra infatti sulla coltivazione dell’igname: un tubero con il duplice utilizzo di base alimentare (nella sua varietà più corta) e di oggetto simbolico, coltivato esclusivamente per motivi cerimoniali (nella varietà che può addirittura raggiungere i 3 metri di lunghezza).

Fino agli anni ’80 circa, il ciclo di crescita dell’igname interessava l’intera comunità Abelam al punto da essere accompagnato da veri e propri rituali che culminavano  durante le feste annuali chiamate Tambaran, con la pubblica esibizione del raccolto principale sul quale venivano applicate maschere antropomorfe dipinte con i quattro pigmenti  base dell’arte locale: bianco, nero, rosso e giallo. Gli stessi colori sono ben visibili nelle decorazioni dei Korambo, le “case degli spiriti” all’interno delle quali avvenivano le iniziazioni dei giovani maschi della tribù.

Sing-sing is a gathering of a few tribes or villages in Papua New Guinea. People arrive to show their distinct culture, dance and music. The aim of these gatherings is to peacefully share traditions. Villagers paint and decorate themselves for sing-sings. Info: en.wikipedia.org/wiki/Sing-sing The Abelam are a people who live in the East Sepik province of Papua New Guinea. They are a farming society in which giant yams form a significant role. They live in the Prince Alexander mountains near the north coast of the island Farming and hunting The Abelam live in the tropical rain forest and clear ground by burning. Their main food crops are yams, taro, bananas, and sweet potatoes. They supplement this with food gathered from the rain forest as well as pigs and chickens raised domestically. They also hunt small marsupials and cassowaries. Yam growing forms a large part of Abelam society. The growing of large yams (they can be as large as 80-90 inches (2,300 mm) long) determines the status of individuals as well as the whole village. At yam festivals an individual would give his largest yam to his worst enemy who would then be obligated to grow an even larger yam or have his status fall each year in which he was unable to do so. Separate villages would gather at yam festivals where the hosting villages status would be determined by the size of their yams as well as their ability to provide more food than could be eaten and carried away by the rival village. During the yam growing season strong emotions were kept to a minimum as they were thought to impede the growth of the yams. Fighting was taboo as was sexual activity. It was thought that the yams had a spirit and could sense any of these strong emotions. Info: en.wikipedia.org/wiki/Abelam

Trattasi di edifici su piano triangolare di dimensioni ragguardevoli, decorate, soprattutto nella facciata, da stuoie e pannelli lignei con incisioni e pitture raffiguranti  soprattutto teste di forma ovale stilizzata. All’interno della casa cerimoniale il giovane iniziato veniva a contatto con oggetti sacri, maschere e sculture che rappresentavano gli esseri mitici e gli spiriti degli antenati. La carica simbolica e impressiva di tali oggetti era indubbiamente alta influenzando il sistema cognitivo e visuale dei giovani. In generale si condizionava anche la loro percezione e classificazione dei colori. La visione e denominazione dei colori per gli Abelam veniva quindi mediata dalle loro pratiche culturali. Se ne trova diretta constatazione tutt’oggi sul piano linguistico: essi possiedono  difatti solo i nomi dei quattro colori sopra citati. A nessun’altra tonalità di colore viene attribuito un nome al di fuori del bianco, nero, giallo o rosso e qualsiasi altra tinta viene inserita all’interno di questa quadruplice classificazione.

Sing-sing is a gathering of a few tribes or villages in Papua New Guinea. People arrive to show their distinct culture, dance and music. The aim of these gatherings is to peacefully share traditions. Villagers paint and decorate themselves for sing-sings. Info: en.wikipedia.org/wiki/Sing-sing The Abelam are a people who live in the East Sepik province of Papua New Guinea. They are a farming society in which giant yams form a significant role. They live in the Prince Alexander mountains near the north coast of the island Farming and hunting The Abelam live in the tropical rain forest and clear ground by burning. Their main food crops are yams, taro, bananas, and sweet potatoes. They supplement this with food gathered from the rain forest as well as pigs and chickens raised domestically. They also hunt small marsupials and cassowaries. Yam growing forms a large part of Abelam society. The growing of large yams (they can be as large as 80-90 inches (2,300 mm) long) determines the status of individuals as well as the whole village. At yam festivals an individual would give his largest yam to his worst enemy who would then be obligated to grow an even larger yam or have his status fall each year in which he was unable to do so. Separate villages would gather at yam festivals where the hosting villages status would be determined by the size of their yams as well as their ability to provide more food than could be eaten and carried away by the rival village. During the yam growing season strong emotions were kept to a minimum as they were thought to impede the growth of the yams. Fighting was taboo as was sexual activity. It was thought that the yams had a spirit and could sense any of these strong emotions. Info: en.wikipedia.org/wiki/Abelam

In quest’ottica, i pigmenti possedevano certamente, non solo un ruolo essenziale per l’espressione artistica della comunità Abelam,  ma addirittura una valenza magica perché permettevano di “dare vita” alle sculture, pitture e maschere utilizzate nei rituali.  I colori avevano quindi lo scopo di materializzare la forza sovrannaturale attribuita agli oggetti sacri, permettendo la diretta comunicazione tra gli uomini e gli spiriti.

Negli ultimi decenni del secolo scorso si è verificato un processo di urbanizzazione che ha portato gli indigeni Abelam ad un contatto più diretto e frequente con la cultura occidentale e la religione cristiana. Con il cambiamento delle condizioni socio-culturali si è verificata una progressiva dissociazione dalle tradizioni rituali. Ciononostante, l’eredità artistica che tutt’ora è imprescindibile dai colori viene manifestata e celebrata durante i sing-sing festival, occasioni durante le quali le varie tribù della Papua Nuova Guinea si riuniscono per mostrare i propri usi e costumi.

 

Bibliografia:
A.Forge, “Learning to See in New Guinea,” in Socialization, the Approach from Social Anthropology, ed. P. Mayer (London, 1970), pp. 184-86.
V.Lanternari, “L’”incivilimento dei barbari” identità, migrazioni e neo-razzismo”, ed. Dedalo (Bari, 1997), pp.77-78.
S.Mancini, “Da Lévy-Bruhl all’antropologia cognitiva – Lineamenti di una teoria delle mentalità primitiva”, ed. Dedalo (Bari 1989)

Siti consultati:
http://www.anthropology.pitt.edu/node/233
https://abelamculture.wordpress.com
http://www.everyculture.com/Oceania/Abelam-Economy.html
http://www.madangfestival.org

Immagini prese da:
http://www.flickrhivemind.net

Autore: Besa Misa
Collabora come project coordinator e addetto alle relazioni internazionali presso l’associazione non-profit “Cultura&Solidarietà”.

Contatti:
relazioni.internazionali@culturasolidarieta.it
http://www.culturasolidarieta.it

 


Il “Tema Cromatico” nell’Interior Design

aprile 18, 2016

(di Luciano Merlini) – aprile 2016

Nessun componente d’arredo, al di là delle sue funzioni specifiche, è di per se stesso risolutivo nell’interior design, perché è destinato ad incontrarsi con altri.

L’immagine attraverso la quale si propone un ambiente, pubblico o privato che sia, è deteminata da un insieme di elementi.
Elementi d’arredo con destinazioni d’uso diverse, come mobili e accessori vari, e componenti strutturali come pareti e pavimenti.

Anche queste ultime infatti, potendo essere “decorate” in svariati modi – dalla pitture alle carte da parati, dalla ceramiche ai legni – rientrano a pieno diritto nel concetto di interior design. Anzi, non fosse altro che per le loro dimensioni, spesso incidono in maniera determinante.

Tutto questo porta ad avere un insieme di elementi, come detto precedentemente, ognuno dei quali si contraddistingue per un suo stile o un suo disegno, oltre che per il materiale con cui è realizzato.

Premesso che ognuno di noi ha i propri gusti personali e conseguentemente può adottare qualsiasi soluzione d’arredo creando gli accostamenti preferiti – anzi, spesso anche un mobile antico ed una poltrona dal design ultramoderno posti vicini fra loro possono dare risultati sorprendenti – l’ambiente va visto comunque in una “logica di totalità”.

E cosa, fra forme e materiali così disparati e diversi fra loro, può offrire questa logica? Il colore: un “colore guida” che si coordina con altri presenti nell’ambiente e che si ripropone qua e là come tema cromatico, senza limiti di nessun genere perché non vincolato né da forme né da materiali.

Senzanome

Se un qualsiasi produttore di componenti d’arredo che si propongono alla vendita in più colori, usasse proprio questo concetto – quello cioè di presentare il proprio prodotto anche accanto ad altri, susciterebbe maggior interesse e attenzione, perché andrebbe incontro alle aspettative dei consumatori i quali, quando pensano all’arredo di un ambiente, giustamente lo pensano nella sua globalità.

 

Luciano Merlini

Owner della Merlini e Associati – Milano
Projects of Color Design and Color Communication

CONTATTI:
l.merlini@merlinieassociati.com


Il colore indossato

marzo 15, 2016

(di Marianna Soddu) – marzo 2016

È esperienza comune a tutti il momento della scelta dell’abito: ognuno di noi al mattino sceglie che colore indossare in base all’esigenza della giornata, e tale scelta è determinata solo in parte dal nostro personale gusto. Se infatti si tratterà di una giornata importante da un punto di vista lavorativo saremo più orientati verso la scelta di un colore scuro, che trasmetta ai nostri interlocutori serietà e stabilità. Se invece dovremo scegliere un abito per una cerimonia o per una serata di gala avremo una più ampia scelta cromatica disponibile nella nostra mente per valorizzare al meglio la nostra figura.

Il colore nell’abbigliamento non è determinato se non in piccola parte dal nostro gusto, ma più spesso è la circostanza a “chiedere” un colore, i dettami della moda e ciò che socialmente riteniamo essere più opportuno per la nostra figura. Come più volte detto infatti il colore suscita negli occhi di chi lo osserva determinate reazioni piuttosto standardizzate e transculturali, e di conseguenza l’abbigliamento di una data persona, unione di forma e colore, eliciterà proprio quelle emozioni e sensazioni primordiali che orienteranno poi almeno in parte l’interazione fra due persone.
Una donna vestita di rosso ad esempio attrarrà su di sé l’attenzione proprio perché il rosso, colore del sangue, determina l’attivazione di meccanismi di attacco-difesa, meccanismi tra l’altro che ritroviamo anche nell’antico gioco della seduzione. Una sposa vestita di bianco susciterà la tenerezza e la stima dello sposo, che vedrà in lei il candido giglio, una figura celestiale e in qualche modo deificata meritevole di una promessa “per sempre”.

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Gli studi sul significato dei colori risalgono a tempi remoti: già in epoca rinascimentale si parlava di significato e funzioni del colore. Oltre ai testi specifici, possiamo ritrovare nel lontano 1530 un opuscolo, trattato in forma di sonetto, che riguarda la concezione dei colori dal titolo “Capitolo del significato de li colori”. Il verde si diceva essere associato all’amore sincero, alla speranza e alla fede; il giallo mostra felicità e libertà; chi veste il nero dimostra fermezza, malinconia; l’azzurro è per coloro che mostrano gelosia e grave sospetto; chi veste di bianco simboleggia purezza, castità e somma bontà; chi veste il rosso mostra chiaramente bramosia di vendetta, sangue e guerra; chi indossa più colori dimostra di essere leggero, versatile ma al tempo stesso incostante. In ogni caso, possiamo notare come uno degli aspetti più importanti nello studio dei colori associati agli abiti sia il concetto dell’identità.

L’abito conferisce identità e denota ruoli, nasconde sentimenti, afferma potere o denota un rifiuto, identifica un’epoca, una cultura o una classe sociale. L’uso culturale che viene fatto del colore in associazione all’abito evidenzia un’altra caratteristica, ben evidente in epoche passate: i colori chiari venivano utilizzati molto nella giovinezza e si facevano sempre più scuri con il passare dell’età. Questo meccanismo sembra associarsi al sorgere e tramontare del Sole: luminoso e chiaro nel mattino della giovinezza, si oscura e scompare nel tramonto della vecchiaia. Venendo ai giorni nostri, si può affermare che le tradizioni vigenti in passato sono cambiate, anche se, con altrettanta sicurezza possiamo dire che quelli che erano gli abiti e i colori abituali di alcune culture, oggi vengono riproposti nelle occasioni particolari.

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Il colore nell’abbigliamento inoltre è parte integrante del senso di appartenenza a un determinato gruppo, un simbolo vero e proprio: pensiamo agli abiti talari nelle diverse culture, oppure, all’estremo opposto, ad abiti di uno specifico colore negli appartenenti a gruppi politici, gang di strada, movimenti culturali o sociali o religiosi. Il colore è in questo caso esso stesso simbolo di riconoscimento, di appartenenza dichiarata ad un determinato gruppo, un messaggio chiaro ed inequivocabile di chi è quella persona, chi sono i suoi amici, i suoi ideali, e quale la sua appartenenza.
In questo senso l’uso del colore nell’abbigliamento permette all’individuo di operare una semplificazione del significato, una guida per l’interazione all’interlocutore, che in questo modo così istintuale da un lato e culturalmente codificato dall’altro, potrà in pochi secondi scegliere il registro espressivo più adatto per iniziare un’interazione positiva. Il colore come una “divisa” poi permette a chi lo indossa di scegliere quali parti del Sé condividere e quali celare agli occhi indiscreti di chi guarda, permette di mentire sull’essenza più profonda della propria persona, di modulare e rendere così più comprensibili i propri stati d’animo e intenti comunicativi.

Si comprende così come non sia del tutto vero il detto “l’abito non fa il monaco”: senza l’abito infatti il monaco è una persona come tutte le altre, mentre indossando la sua “maschera” permetterà al mondo di riconoscerlo nel suo ruolo e di intuirne i valori e gli intenti più profondi.

E allo stesso modo ognuno di noi, al mattino quando pigramente sceglie gli abiti da indossare per andare al lavoro, sta già cercando il modo più efficace per dare le direttive comunicative alle persone che incontrerà, un vero e proprio manuale d’uso per dire al mondo “chi sono” e “dove voglio arrivare”.

Autore: Marianna Soddu
Con la collaborazione di: Martina Vimercati

Marianna Soddu, psicologo clinico, esperta in ipnosi clinica. Svolge attività libero-professionale a Milano, e come consulente per la Procura della Repubblica e Tribunale di Milano.

Contatti: marianna.soddu@virgilio.it


La misura Colorimetrica

febbraio 16, 2016

(di Marcello Melis) – febbraio 2016

Profilocolore Srl è una società di ingegneria che sviluppa sistemi per trasformare una immagine in una vera e propria misura radiometrica e colorimetrica pixel per pixel. Questi sistemi sono utilizzati con successo in vari campi applicativi, tra cui Beni Culturali, Analisi della Scena del Crimine, Agricoltura di Precisione da droni, Diagnostica non Invasiva in Medicina e Monitoraggio industriale.

La chiave di volta di questo processo di trasformazione da fotografia a misura è data da color-checker di riferimento composti da campioni NCS, scelti tra i 1950 colori standard. I campioni vengono testati nel laboratorio radiometrico e ne viene misurata la riflettanza spettrale tra i 300 ed i 10 50 nanometri (UV, visibile, infrarosso). I color-checker Profilocolore-NCS consentono di ottenere dagli scatti fatti, dopo un post processing con il software Profilocolore, immagini calibrate i cui valori numerici, pixel per pixel, rappresentano misure esatte.

I campioni colore NCS, tra tutti quelli disponibili sul mercato, sono risultati i più idonei per essere usati come riferimento colorimetrico e radiometrico, perché offrono la più ampia gamma di varianti cromatiche e di spettro, una alta qualità e stabilità di colori ed una superfice ottimale da leggere, anche in situazioni di ripresa estreme. Inoltre l’organizzazione dei colori secondo uno schema estremamente intuitivo consente di identificare rapidamente quell’insieme di sfumature adatto di volta in volta alle specifiche applicazioni. Qua di seguito una immagine di esempio prima e dopo il processo di calibrazione, incluso il color-checker radiometrico NCS-Profilocolore.

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La famiglia dei colori neutri NCS,  sono anche un riferimento ideale per un ulteriore miglioramento della qualità delle riprese, che consiste nel rendere assolutamente uniforme l’esposizione all’interno di uno scatto. Eventuali disuniformità di esposizione e di temperatura di colore dovute a difficoltà di illuminazione vengono corrette posizionando un numero variabile di riferimenti della famiglia dei colori neutri all’interno della scena, ed utilizzandoli con uno spcifico software in postprocessing. Il risultato è una illuminazione perfettamente uniforme ed un bilanciamento del bianco assoluto su tutta l’immagine. Nelle due figure che seguono (dettagli di quelle complete) si vedono in alto a destra e sinistra i riferimenti neutri (bianchi) utilizzati dal software. In entrambe è stata selezionato un rettangolo nella zona di colore uniforme all’interno del quale l’immagine è ribaltata orizzontalmente. Si vede bene che nella prima c’è una differenza di luminosità mentre nella seconda la differenza è impercettibile.

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In conclusione, la sinergia tra il sistema cromatico NCS e le calilbrazioni ottimizzate di Profilocolore, permettono oggi di raggiungere una estrema precisione nella riproduzione di immagini, nella misura colorimetrica di oggetti e superfici e nelle analisi multispettrali e radiometriche non invasive, dando un contributo unico in importanti campi di applicazione.

CONTATTI
Marcello Melis
Profilocolore Srl
Multispectral Imaging, Spectral Analysis,
Image Processing, Color Management

MAIL: marcello.melis@profilocolore.it
SITO: www.profilocolore.com 


Una breve introduzione al mondo del Color Grading

gennaio 18, 2016

(di Guglielmo Giani) – gennaio 2016

Non capita di pensarci ma quando guardiamo un film siamo costantemente condizionati dai colori sullo schermo. Pensate ai colori pastello dei film di Wes Anderson o alle livree sgargianti degli uccelli tropicali nei documentari naturalistici. Il mondo non ci appare così eppure le immagini ci coinvolgono, ci emozionano al punto da farci confondere la realtà con la fantasia per due ore o poco più.

Dietro ad ogni film esiste una figura responsabile di controllare il colore e le tonalità delle immagini catturate dalla cinepresa, il colorista. Il ruolo, nato negli studi televisivi, è da qualche anno entrato prepotentemente nella produzione cinematografica.

Il lavoro del colorista può essere diviso in due meta-categorie: color correction (correzione del colore) e color grading (viraggio).

Nel primo caso l’operatore analizza le diverse riprese di una scena e corregge eventuali incoerenze cromatiche. Per esempio nel caso di una scena girata al tramonto, il rapido susseguirsi di diversi colori ed intensità, può creare dei problemi in fase di montaggio. Il colorista interviene analizzando i giornalieri (il totale del girato effettuato in una sessione di riprese) e interviene bilanciando luminosità, contrasto, tinta dominante, luci, ombre ed altri parametri.

Nel secondo caso (color grading) il colorista, in concerto con il regista ed direttore di produzione, modifica i colori per enfatizzare diversi aspetti: l’epoca in cui la scena si svolge, le emozione che il regista vuole suscitare nel pubblico, se si tratta di un flash back, ecc. Per esempio è consuetudine, nelle campagne elettorali americane, mostrare le immagini del candidato con toni caldi amichevoli, mentre l’avversario viene mostrato con colori freddi, più contrastanti e cupi.

Le telecamere amatoriali (per esempio quella di un moderno smartphone) registrano la scena il più fedelmente possibile. Invece le telecamere digitali moderne utilizzate in ambito professionale registrano utilizzando quella che in gergo si chiama una curva log. Le immagini vergini appaiono prive di contrasto e quasi totalmente desaturate. Ad un occhio inesperto potrebbero sembrare delle immagini di bassa qualità, in realtà il file contiene tutte le informazioni sottoforma di luma e chroma e l’assenza di contrasto e di colori saturi permette al colorista maggior spazio di manovra in fase di post-produzione.

a b

Il primo film ad essere interamente virato in digitale fu ‘Fratello dove sei’ [O Brother Where Art Thou?, 2000] dei fratelli Coen (premio Oscar per miglior fotografia). Il film adotta un viraggio su toni dell’ocra. Le immagini appaiono ingiallite e con un contrasto ridotto, per evocare luoghi caldi e polverosi. Il tipo di viraggio era stato scelto dai fratelli Coen per proiettare lo spettatore negli anni della Grande Depressione americana.

Negli ultimi 15 anni la post-produzione ha fatto passi da gigante. Oggi, tutti ciò che viene girato in digitale viene virato, dal film indipendente a basso costo fino al colossal cinematografico. Chissà, prima o poi riusciremo a rivedere sullo schermo le splendide tonalità dei film girati in Technicolor.


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