Una breve introduzione al mondo del Color Grading

(di Guglielmo Giani) – gennaio 2016

Non capita di pensarci ma quando guardiamo un film siamo costantemente condizionati dai colori sullo schermo. Pensate ai colori pastello dei film di Wes Anderson o alle livree sgargianti degli uccelli tropicali nei documentari naturalistici. Il mondo non ci appare così eppure le immagini ci coinvolgono, ci emozionano al punto da farci confondere la realtà con la fantasia per due ore o poco più.

Dietro ad ogni film esiste una figura responsabile di controllare il colore e le tonalità delle immagini catturate dalla cinepresa, il colorista. Il ruolo, nato negli studi televisivi, è da qualche anno entrato prepotentemente nella produzione cinematografica.

Il lavoro del colorista può essere diviso in due meta-categorie: color correction (correzione del colore) e color grading (viraggio).

Nel primo caso l’operatore analizza le diverse riprese di una scena e corregge eventuali incoerenze cromatiche. Per esempio nel caso di una scena girata al tramonto, il rapido susseguirsi di diversi colori ed intensità, può creare dei problemi in fase di montaggio. Il colorista interviene analizzando i giornalieri (il totale del girato effettuato in una sessione di riprese) e interviene bilanciando luminosità, contrasto, tinta dominante, luci, ombre ed altri parametri.

Nel secondo caso (color grading) il colorista, in concerto con il regista ed direttore di produzione, modifica i colori per enfatizzare diversi aspetti: l’epoca in cui la scena si svolge, le emozione che il regista vuole suscitare nel pubblico, se si tratta di un flash back, ecc. Per esempio è consuetudine, nelle campagne elettorali americane, mostrare le immagini del candidato con toni caldi amichevoli, mentre l’avversario viene mostrato con colori freddi, più contrastanti e cupi.

Le telecamere amatoriali (per esempio quella di un moderno smartphone) registrano la scena il più fedelmente possibile. Invece le telecamere digitali moderne utilizzate in ambito professionale registrano utilizzando quella che in gergo si chiama una curva log. Le immagini vergini appaiono prive di contrasto e quasi totalmente desaturate. Ad un occhio inesperto potrebbero sembrare delle immagini di bassa qualità, in realtà il file contiene tutte le informazioni sottoforma di luma e chroma e l’assenza di contrasto e di colori saturi permette al colorista maggior spazio di manovra in fase di post-produzione.

a b

Il primo film ad essere interamente virato in digitale fu ‘Fratello dove sei’ [O Brother Where Art Thou?, 2000] dei fratelli Coen (premio Oscar per miglior fotografia). Il film adotta un viraggio su toni dell’ocra. Le immagini appaiono ingiallite e con un contrasto ridotto, per evocare luoghi caldi e polverosi. Il tipo di viraggio era stato scelto dai fratelli Coen per proiettare lo spettatore negli anni della Grande Depressione americana.

Negli ultimi 15 anni la post-produzione ha fatto passi da gigante. Oggi, tutti ciò che viene girato in digitale viene virato, dal film indipendente a basso costo fino al colossal cinematografico. Chissà, prima o poi riusciremo a rivedere sullo schermo le splendide tonalità dei film girati in Technicolor.

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