EDITORIALE SETTEMBRE 2015

(di Elios Moschella) – Settembre 2015

Ormai manca poco alla conclusione dell’EXPO 2015 “Nutrire il pianeta Energia per la vita”

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Volutamente non entrerò in merito né degli aspetti economici legati a questa manifestazione, né di quelli invece puramente architettonici.
Proverò, invece, a offrire qualche cenno sul rapporto tra il colore e il cibo (rimando per approfondimenti ai testi dell’Architetto Cristina Polli), collegati più a quella che oramai è stata definita “dieta mediterranea”.

Affermano Maria Paola Graziani e Mirna Tora che: “ Dopo gli anni ’70 si cominciò a parlare di dieta mediterranea per intendere un modello alimentare che rispecchia clima, mare, ambiente geografico e geologico, oltre che uno stile di vita, usi e costumi, che caratterizzano un territorio. Il passaggio da dieta povera a dieta mediterranea è segnato dal colore: come nella storia del cinema si è passati dal bianco e nero al technicolor, così la ricchezza cromatica mediterranea, con i suoi colori caldi, ha rivitalizzato emozioni e desideri che i colori freddi della povertà avevano addormentato!”

Quanto sia importante il colore nell’alimentazione è un tema all’ordine del giorno da diverso tempo. Provate a immaginare di dover mangiare una banana o una mela grigia… Beh il disgusto sarebbe immediatamente percepibile: probabilmente non mangereste questi frutti.

E’ tale la nostra attenzione, la nostra percezione sensoriale rispetto al colore del cibo che, ovviamente, i pubblicitari hanno subito compreso che: “quello che non è accetto alla vista, non è accetto allo stomaco” e quindi le immagini commerciali tendono alla commestibilità percettiva degli alimenti! (D. Vannoni, Manuale della Psicologia della comunicazione persuasiva, Ed. UTET, Torino, 2001).

L’operazione successiva è stata ovviamente quella di utilizzare il colore come primo attrattore al punto da superare il famoso detto di Feuerbach “Siamo ciò che mangiamo”, per essere sostituito da un più articolato e affascinante enigma del sé alimentare: “Mangiamo ciò che siamo”!.

Luisa Torri (Laboratorio del gusto e dei sensi. Torino 1-2 dicembre 2009) illustra degli esempi concreti nell’utilizzo del cromatismo per operazioni di marketing, basati anche su test scientifici: l’esempio riportato è relativo al packaging di una nota marca di caffé:17_pdfsam_torri

E l’autrice prosegue ancora evidenziando come anche la luce artificiale dei centri commerciali segua precisa norme al fine di invogliare il potenziale cliente all’acquisto, sempre basandosi sull’effetto colore del cibo.19_pdfsam_torri

Siamo ancora nel campo della percezione del colore e praticamente ritornati al punto di partenza di questa Rubrica Rainbow che, nel corso degli anni, ha analizzato, abbracciando molteplici discipline, la per-cezione cioè “l’afferrare con i sensi” il colore.

 

 

quadro-Vucciria-di-Renato-Guttuso
Renato Guttuso, Vucciria

Elios Moschella

Una risposta a EDITORIALE SETTEMBRE 2015

  1. guydebord scrive:

    Dal primo dopoguerra sino agli anni “70 dello scorso secolo i Tedeschi si riconoscevano dal colore delle loro auto. Dopo la guerra la fame non era ancora del tutto sopita, i colori preferiti erano quelli dei wurster, dei cavoli, delle bietole e della senape. In Italia i colori erano quelli della crosta del pane, della pasta e del grano, del mare scuro dei pescatori.
    C’è voluta una generazione, sazia se non obesa, per modificare i gusti e le tendenze cromatiche. Uno dei fatti cromatici più evidenti fu il blu scuro delle confezioni dei biscotti Parmalat, una frattura evidente coi mulini bianchi e un’apertura all’alimentazione dietetica.
    I tempi incerti stanno riproponendo i colori della fame, per ora solo presunta e temuta.

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