Colori e submodalità

(di Luca Talamonti) – luglio 2015

Il cervello dell’essere umano è prevalentemente visivo.
Prevalentemente, perché è buona norma, in Programmazione Neuro Linguistica e nella vita, non generalizzare.

Quando si afferma che il cervello dell’essere umano è prevalentemente visivo, si intende che il nostro cervello processa le informazioni e ragiona, quasi sempre, per immagini.

Ecco spiegato il motivo per cui la società nella quale viviamo ci bombarda continuamente di stimoli visivi, che siano essi cartelloni pubblicitari, spot televisivi, programmi tv, fuochi d’artificio, film di varia natura, ecc.: tutto ciò, per il nostro cervello, è estremamente efficace.

Se ci pensiamo bene, è facile accorgerci che anche fenomeni quali Facebook o i diffusissimi smarthpone sono strumenti che basano la loro efficacia su stimoli enormemente visivi.

Di conseguenza, è ad esempio buona norma, ogni qual volta si creano presentazioni in PowerPoint, riempirle di immagini il più possibile.
Il cervello umano ama questo modo di rappresentare la realtà, perché è perfettamente in linea con il suo modo naturale di ragionare.
La cosa si complica, però, nel momento in cui i nostri ragionamenti ci portano a vivere emozioni di vario genere.
Siamo soliti, infatti, concentrare la nostra attenzione sui nostri stati emotivi, senza renderci conto che essi sono il risultato di un processo mentale ben preciso.

Un processo mentale che ha delle caratteristiche, soggettive per ogni individuo, che può definirsi la “struttura del nostro ragionamento”.

La Programmazione Neuro Linguistica ha studiato per anni (e continua a farlo) la struttura del pensiero dell’essere umano e afferma, tra le altre cose, che andando a modificare la struttura, è possibile modificare lo stato emotivo che deriva da quel particolare ragionamento.

Richard Bandler, uno dei due fondatori della PNL, intuì nel 1980 questo importante elemento e ne creò un insieme di tecniche, definite submodalità.
Come si diceva nell’articolo precedente, infatti, la PNL divide le persone in tre grandi categorie: visivi, auditivi e cinestesici.
Queste tre tipologie di persone filtrano gli imput della realtà utilizzando, rispettivamente, la vista, l’udito e una combinazione di tatto, gusto, olfatto e sensazioni di pancia.

 

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Pensiamo a questa suddivisione utilizzando una metafora, quella del telecomando della televisione (tanto per restare in ambito di stimoli visivi): se premiamo il tasto “menu”, si apre un pannello di comando in cui, solitamente, sono presenti le voci “immagine”, “suono” e “impostazioni”.
Accedendo poi a uno dei singoli menu, si apre un sottomenu, nel quale sono presenti ulteriori voci.

Aprendo il menu “immagine”, ad esempio, nella schermata successiva appare una serie di opzioni che possiamo andare a modificare, relative, appunto, all’immagine: “colore”, “contrasto”, “luminosità”, “gamma”, “bilanciamento del bianco” e via dicendo.
Allo stesso modo, aprendo il menu “sonoro”, si apre un sottomenu che ci permette di agire su voci quali “alti”, “bassi”, “bilanciamento”, “fader”, “dolby”, ecc..

Infine, accedendo al menu “impostazioni”, la pagina che ci viene mostrata consente di modificare elementi quali “spegnimento automatico”, “aggiornamento del firmware”, “picture in picture”, “connessione alla rete”, ecc..

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La domanda retorica è: modificando anche una sola di queste opzioni, magari spostandola al massimo o al minimo, cambia la nostra percezione di quello che stiamo vedendo in tv?
Se spostiamo la voce “luminosità” al minimo, cambia la percezione di quelle che vediamo?
Se azzeriamo il sonoro, cambia la percezione?
Se impostiamo lo spegnimento automatico a 1 minuto, dopo 2 minuti la percezione di quello che stiamo guardando è cambiata?

Ebbene, riagganciandoci a quanto si diceva più su, Richard Bandler ha la geniale intuizione di capire che, ogni qual volta noi proviamo stati emotivi in conseguenza ad alcuni nostri pensieri, ciò avviene perché questi pensieri hanno, solitamente, una struttura fatta in un certo modo.

E tale struttura è sempre composta da immagini, suoni o elementi legati a tatto, gusto, olfatto.

Il modo in cui questi elementi sono caratterizzati, ne definisce la struttura specifica.
In particolare, proprio perché il nostro cervello ragiona prevalentemente per immagini, molto spesso la struttura dei nostri pensieri è costituita proprio da immagini.
E ripensare a quelle immagini fa sopraggiungere, in un secondo momento, determinati stati emotivi.

Non siamo abituati a ragionare in questo modo, ma è bene soffermarsi su cosa facciamo nella nostra testa quando pensiamo, ancor prima che soffermarci sugli stati emotivi che ne conseguono.

Richard Bandler intuisce che, andando a modificare la struttura del nostro pensiero, è possibile, molto semplicemente, accedere a stati emotivi diversi.
Nella stragrande maggioranza dei casi, quando le persone provano sentimenti di tristezza, malinconia o negativi in generale, ciò avviene perché pensano a determinate immagini, che poi fanno nascere quel particolare sentimento.
E quelle immagini hanno, quasi sempre, precise caratteristiche strutturali.

Nello specifico, la tristezza nasce spesso dal fatto che ripensiamo a determinate immagini, le quali sono in bianco e nero o con colori smorti, dotate di poca luminosità, o ancora l’immagine risulta essere molto vicina al nostro punto di osservazione (si specifica che queste sono solo alcune delle numerose submodalità di cui si compongono i nostri pensieri).

Poichè il telecomando del nostro cervello lo abbiamo noi, e poiché la nostra rappresentazione della realtà è sempre generalizzata, distorta e cancellata (si veda l’articolo precedente in merito) Bandler sostiene che vale la pena farlo in un modo piacevole, anziché spiacevole.
Per farlo, è sufficiente andare a modificare tali elementi strutturali, per ottenere uno stato emotivo diverso.

Immagine 1 - Submodalità visive

Esemplificando, è necessario fare un piccolo sforzo di concentrazione e modificare a nostro piacimento le immagini (o gli altri elementi) di cui si compone la struttura del nostro ragionamento, aumentandone o riducendone la luminosità, ingrandendo o rimpicciolendo l’immagine, spostando il nostro punto di osservazione rispetto ad essa, alterandone i colori e via di questo passo.

I colori, in particolare, rappresentano spesso una di quelle submodalità che viene definita “critica”, ossia la cui modifica va a impattare pesantemente sul risultato finale, cioè sullo stato emotivo che ne deriva.

Come si diceva, spesso stati emotivi spiacevoli sono legati a una rappresentazione delle immagini in bianco e nero o con colori smorti, tendenti a tonalità scure. Ebbene, proprio come se andassimo ad agire sul tasto del telecomando, basta modificare i colori, rendendoli brillanti, vivaci e luminosi per modificare le sensazioni che i nostri pensieri ci trasmettono.

È sufficiente fare questo esercizio un po’ di volte per un certo numero di giorni, per “insegnare” al nostro cervello a pensare a quel determinato argomento in questo modo nuovo. Quando il nostro cervello avrà imparato, ogni qual volta penseremo a quel determinato argomento, lo faremo usando una struttura completamente diversa e piacevole, che, dunque, ci trasmetterà uno stato emotivo piacevole, anziché spiacevole.

Facile?

Sì, molto facile e alla portata di tutti.

Del resto, siamo abituati a usare il cervello in un modo specifico, ma questo non significa che sia l’unico possibile o il più efficace in assoluto.

 

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