Il colore come espediente cinematografico

(di Guglielmo Giani) – maggio 2015

Nel mondo del cinema la transizione dal bianco e nero al colore non fu inizialmente delle più facili. Come il pubblico di oggi vede il 3D come uno stratagemma dei marketing manager per alzare i prezzi dei biglietti che non apporta valore artistico alla storia, lo stesso avvenne cent’anni fa con l’avvento del colore. Nel tempo però i registi e i direttori della fotografia impararono ad utilizzare questa nuova tecnologia, e iniziarono a padroneggiarla, rendendo il colore uno degli elementi narrativi chiave. La lista di film in cui il colore ha giocato un ruolo chiave è vastissima, e l’avvento dei software di post-produzione permette ai registi di ottenere colorazioni che fino a qualche anno fa erano impensabili o troppo costose da realizzare sul set.

Alcuni registi si sono spinti ancora più in là, utilizzando il colore come espediente per marcare una transizione temporale o geografica all’interno della trama. In questi film il colore passa da un piano artistico ad uno simbolico. Spesso questa transizione va di pari passo con un cambiamento interiore dei protagonisti.

Il Mago di Oz (1939) racconta le avventure di Dorothy (Judy Garland) durante il suo viaggio onirico nel fantastico mondo di Oz: una terra popolata da creature fiabesche, e streghe malvagie, che la protagonista affronta con l’aiuto di amici leali. Il romanzo, scritto da L. Frank Baum, é un’ epopea (come Ulisse, la protagonista deve affrontare diverse sfide e nemici per poter tornare a casa) ma é anche un Bildungsroman, un romanzo di formazione. Nel mondo reale Dorothy è una ragazzina come tante: gli zii e i tre braccianti che lavorano nella fattoria sono gli unici amici che si prendono cura di lei e cercano di difenderla dalla dispotica vicina di casa, la signorina Gulch. Quando invece si sveglia a Oz i ruoli si ribaltano: sarà lei a prendersi cura dello Spaventapasseri, del Leone e dell’Uomo di Latta e a sconfiggere le perfide streghe dell’Est e dell’Ovest. Il Mago di Oz, come Peter Pan, le Cronache di Narnia, e per certi aspetti, Harry Potter, racconta di bambini che evadono dal mondo degli adulti ed entrano in mondi paralleli dove la magia da loro poteri che nella vita di tutti i giorni non avrebbero.

 

Il Mago di Oz - La fattoria in Kansas e il palazzo di Smeraldo di Oz
Per evidenziare il passaggio dal mondo reale a quello magico e lo stupore della protagonista, il regista Victor Fleming e la MGM decisero di filmare le scene ambientate nella fattoria in Kansas in bianco e nero, mentre tutte le scene ambientate ad Oz furono girate in Technicolor [vedi Rainbow Technicolor Una cronologia luglio 2013 & febbraio 2014]. Lo stesso espediente cinematografico è stato usato ne Il Grande e Potente Oz (2013), prequel al film del ’39 che racconta di come Oscar Diggs arrivi a Oz e ne diventi il Re/Mago. L’utilizzo di effetti speciali digitali ha permesso, a differenza dell’originale dove il passaggio dal bianco e nero al colore era repentino, di introdurre il colore in maniera graduale. Prima é il cielo a diventare blu, poi il panorama nella sfondo acquista le sue tinte.

Una transizione simile la ritroviamo in Pleasantville (1998) di Gary Ross. In questo caso il passaggio dal bianco e nero al colore avviene lentamente nell’ intero corso del film e acquisisce un maggior valore simbolico.

Pleasantville é una commedia sottovalutata dal pubblico, un’occasione di riflessione sulle difficoltà della nostra società ad accettare i cambiamenti. È la fine degli anni novanta e David (Toby McGuire) e Jennifer (Reese Witherspoon) vengono magicamente teletrasportati all’interno di una soap-opera in bianco e nero ambientata negli anni 50 a Pleasantville, la stereotipica cittadina borghese del mid-west statunitense. Pleasantville è esteticamente e formalmente perfetta, tutti sono felici, apparentemente non esistono conflitti ed ogni cosa funziona senza intoppi. L’arrivo dei due fratelli con la loro mentalità aperta, disinibita e disillusa scardina la macchina ben oliata e mette gli abitanti di Pleasantville davanti scelte morali e sociali. Le conseguenze delle loro scelte e il rompere gli schemi si manifesta con l’introduzione del colore. Prima in maniera timida (il bocciolo di un rosa rossa, il vestito di una ragazza) e poi sempre più impetuosamente. Il cambiamento da un mondo in bianco e nero a uno a colori è interpretabile in diverse chiavi di lettura. Il colore riflette la transizione di una società da borghese, repubblicana e retrograda, fondamentalmente razzista, ad una nuova società, liberale, emancipata e aperta. A differenza del mago di Oz, dove i protagonisti vivono in un mondo a colori che viene però mostrato in bianco e nero, in Pleasantville il mondo è in bianco e nero.

La cittadina di Pleasantville ricorda molto da vicino l’artificiosa Seahaven di The Truman Show (1998) e l’inquietante Lumberton di Velluto Blu (1986). Nella scena iniziale di Velluto Blu, David Lynch ritrae Lumberton come una cittadina dall’atmosfera idilliaca con aiuole dai colori sgargianti, case con lo steccato bianco, bambini che ritornano da scuola felici, il tutto sulle note di Blue Velvet di Bobby Vinton. Una scena che sembra uscita da un quadro di Norman Rockwell. L’atmosfera però cambia rapidamente, i colori si attenuano, le luci si incupiscono e il regista ci porta in viaggio nel ventre oscuro del vizio e della corruzione, fatto di sesso, violenza e depravazione. Nel film, David Lynch ritrae l’eterna lotta fra il bene e il male, fra l’uomo e la natura, fra la luce e l’oscurità. Eterna lotta che viene esemplificata dalla due protagoniste femminili: Fandy (Laura Dearn) bionda, innocente e a volte naïve (spesso vestita in colore chiari/pastello) e Dorothy (Isabella Rossellini) mora (vestita in velluto blu) con cui il protagonista (Kyle MacLachlan) intraprende una relazione carnale e violenta. [n.d.a. Isabella Rossellini è figlia di Judy Garland (Il Mago di Oz) ed entrambe le protagoniste si chiamano Dorothy]

 

I colori sgargianti del Moulin Rouge

L’interpretazione cinematografica di David Lynch viene ripresa da Baz Luhrmann in Moulin Rouge (2001): nascondere i problemi del vita quotidiana dietro a un filtro multicolore. La Parigi bohémienne dell’inizio novecento è dipinta in tonalità ocra e seppia; colori desaturati che simboleggiano la povertà e l’indigenza degli artisti di Mont Martre, mentre l’interno del Moulin Rouge é un’esplosione di colori. Centinaia di tonalità e sfumature rappresentano i sogni e le aspirazioni artistiche dei Bohémienne, ma anche le aspirazioni più terrene e maliziose dell’aristocrazia e dell’alta borghesia parigina.

Anche ne Il Labirinto del Fauno (2006) del talento cinematografico Guillermo del Toro, le palette utilizzate evidenziano due mondi: la Spagna Franchista del 1944 e il mondo immaginario nel quale la protagonista si nasconde per evadere dalle atrocità della guerra e dalla violenza del padre adottivo. Nel mondo fantastico del fauno i colori sono caldi: “cremisi e ambre dorate, quasi come un liquido amniotico che protegge la protagonista” osserva Del Toro “le forme e gli angoli sono arrotondati, ammorbiditi”. Nella dura realtà della vita di Ofelia ci sono molti spigoli vivi e i colori sono prevalentemente blu e grigi. Come la trama si sviluppa, i due mondi cominciano a confondersi e i colori iniziano a mescolarsi. “Ho deciso che avremmo attuato un processo di contaminazione. Un mondo avrebbe iniziato a infettare l’altro.” ha detto Del Toro. Utilizzando il colore come aspetto chiave “abbiamo trovato il linguaggio che ci serviva per aiutare il pubblico a capire la complessità del film.”

Il Labirinto del Fauno - La Spagna Franchista e il mondo fantastico di Ofelia

L’utilizzo del bianco e nero può risultare un banale espediente cinematografico per dare un tono artistico ad un film moderno. In Schindler’s List (1993) tuttavia il bianco e nero evoca l’epoca del seconda guerra mondiale e aumenta l’impatto della narrazione. Inoltre permette a Steven Spielberg di utilizzare il colore per evidenziare scene salienti o transizioni temporali. Per esempio, la scena iniziale a colori dissolve nella successiva, girata in bianco e nero. Il cambiamento proietta lo spettatore nel 1939, portandolo più vicino agli eventi e ai personaggi. Questo espediente funziona particolarmente bene in Schindler’s List perché la maggioranza dei filmati dell’epoca sono in bianco e nero. Il contrasto intrinseco del bianco e nero sottolinea la differenza fra la luce e il buio, fra il bene e il male, fra il candore della neve e il sangue delle vittime.

La ragazzina dal cappotto rosso è sicuramente il simbolo più forte e plateale di tutto il film, fosse solo perché è l’unico elemento, oltre a le candele dello Shabbat, ad essere mostrato a colori. Essa rappresenta la strage degli innocenti. Quando Schindler la vede per la prima volta dall’alto della collina marca un’epifania. Schindler si rende conto degli orrori perpetrati contro gli Ebrei e delle sue responsabilità nella vicenda. La ragazzina ha anche un significato sociale. Il suo cappotto rosso è un segnale, un grido d’aiuto che gli Ebrei lanciarono alle forze alleate. La bambina cammina ignara attraverso la violenza, come se fosse all’oscuro della carneficina intorno a lei. Il suo oblio rispecchia l’inerzia delle potenze alleate nell’aiutare gli ebrei. Schindler la noterà in una pila di cadaveri esumati, a simboleggiare la morte dell’innocenza.

Ci sono innumerevoli altri esempi di film in cui colore che viene utilizzato come espediente narrativo: dai viraggi di Traffic e Fratello Dove Sei?, a oggetti specifici come ne Il Sesto Senso, a transizioni e simbolismo come in Hero. Quest’articolo può essere soltanto un breve accenno. Vi invito a rivedere questi ed altri film ponendo particolare attenzione all’utilizzo del colore e come esso aiuti a trasmettere un messaggio, un sentimento, una sensazione.

 


Bellantoni, P. (2005). If Its Purple, Someones Gonna Die: The Power of Color in Visual Storytelling. London: Taylor & Francis.
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