L’EFFETTO GANZFELD NELL’ARTE DI JAMES TURRELL

(di Guglielmo Giani) – ottobre 2013

Nel mese di settembre si è conclusa al Guggenheim di New York una mostra dell’artista James Turrell, che attraverso le sue opere pionieristiche esplora la percezione, la luce, il colore e lo spazio.

L’artista è meglio conosciuto per l’opera monumentale Roden Crater (un osservatorio a cielo aperto all’interno di un vulcano estinto in Arizona, che ricorda i proto-osservatori di Macchu Picchu, Teotihuacan, Chichen Itza, James Turrell), ed ha recentemente trasformato l’atrio del Guggenheim di New York in un opera che si fa gioco della percezione visiva.

Ciò che rende interessanti le opere di Turrell, è che fondamentalmente egli studia la scienza che descrive la nostra percezione del mondo, sfruttando le conoscenze anatomiche e fisiologiche della retina e del sistema visivo, per distorcere la definizione della parola “vedere”. Il suo lavoro attinge dalla psicologia e dalla matematica, cosa alquanto atipica per un artista. “Più di altri egli prende in considerazione i confini fra scienza e arte” scrive Nat Trotman, co-curatore del Guggeheim, nel catalogo della mostra.

Sin da studente universitario di psicologia, egli ha esplorato approfonditamente e manipolato i modi in cui l’occhio e il cervello processano la luce e lo spazio, ricordandoci che, a un livello basilare, tutto ciò che vediamo è un’illusione.

Turell studiò psicologia percettiva al Pomona College negli anni ’60, e successivamente, con l’obbiettivo di ottenere un master in arte, iniziò a sperimentare come i raggi di luce, opportunamente orientati, siano in grado di manipolare la percezione della profondità, risultando figure tridimensionali.

Turrell è affascinato da ciò che egli chiama “thingness of light“, vagamente traducibile in “matericità/solidità della luce”, il concetto che la luce non è solo un modo per illuminare gli oggetti, ma è un oggetto essa stessa.

All’inizio della carriera egli studiò attraverso le sue opere il fenomeno del Ganzfeld (campo intero).

01. James Turrell, Ganzfeld Effect Bridget's Bardo, 2009

01. James Turrell, Ganzfeld Effect Bridget’s Bardo, 2009

Il Ganzfeld è un fenomeno studiato inizialmente dallo psicologo tedesco Wolfgang Metzger negli anni ’30, che consiste nel riempire l’intero campo visivo con uno stimolo luminoso con luminanza e cromaticità uniforme. L’assenza di contrasto e di variazioni di intensità luminosa crea fenomeni di deprivazione sensoriale, blackout visivi e allucinazioni. “Le opere di Turrell ingannano il cervello” spiega Benjamin Backus, professore di Optometria alla State University di New York, “Invece di giocare con il funzionamento dell’occhio, come fanno molte illusioni ottiche, le sue opere sfruttano le modalità in cui la nostra mente processa un immagine.

Uno dei fenomeni preferiti da Turrell, è il risultato di qualcosa che egli chiama decisione dicotomica percettiva. Questo fenomeno è probabilmente meglio spiegato attraverso una delle sue prime opere, Afrum I, in mostra al Guggenheim. Una luce molto forte viene proiettata in un angolo di una stanza completamente buia, dando l’impressione di un cubo tridimensionale che fuoriesce dalla parete.

02. James Turrell, Afrum I (White), 1967

02. James Turrell, Afrum I (White), 1967

C’è un’alternanza fra la percezione della luce come un cubo solido e come una figura bidimensionale, perché il nostro cervello non è in grado di distinguere le due percezioni. I due muri adiacenti sono illuminati da una luce formata da due trapezi le cui basi coincidono con l’angolo della stanza; il cervello interpreta le basi dei due trapezi come più vicine all’osservatore creando l’illusione di un cubo di luce. B. Backus ci spiega che “Turrell gioca con un’alternanza della percezione del nostro cervello. Non c’è cambiamento in ciò che la retina registra, è solamente il cervello che decide come interpretare il segnale visivo.” Nat Trotman, curatore del Guggenheim, ci fornisce una spiegazione differente: “il cervello è in conflitto fra ciò che ha imparato a vedere e ciò che realmente sta vedendo.

Di matrice opposta, l’ultima opera di Turrell, Aten Reign, si basa meno sugli effetti percettivi del cervello, e maggiormente sugli aspetti funzionali dei fotorecettori e delle cellule gangliari della retina. L’opera principale della mostra al Guggenheim, costruita appositamente per la Rotunda, l’atrio del museo, crea l’illusione di cinque ovali concentrici i cui colori cambiano lentamente. Turrell esalta l’intensità di una percezione quasi psichedelica, manipolando la naturale tendenza dell’occhio ad adattarsi al colore della fonte luminosa. L’opera è costituita da cinque coni concentrici la cui base si trova a 8 m di altezza e i cui vertici coincidono con il plafone del museo. 950 LED disposti su cinque cerchi illuminano i coni dal basso verso l’alto in maniera omogenea e dinamica. B. Backus ci spiega come, nell’opera di Turrell, l’adattamento cromatico della retina ad un colore, modificherà la percezione del colore successivo.

03. James Turrell, Aten Reign, 2013

03. James Turrell, Aten Reign, 2013

Al contrario di opere antecedenti, che esploravano un’interpretazione più classica del Ganzfeld, in Aten Reign, la luce è divisa in sezioni differenti che creano un contrasto all’interno di una luce apparentemente omogenea. Questo bagno di luce ipnotizzante che turbina all’interno dell’atrio del Guggenheimn in qualche modo ci ricorda l’effetto Ganzfeld . “Dato che i colori cambiano molto lentamente quasi in maniera impercettibile non c’è letteralmente nulla da osservare, non c’è nulla su cui fissare la propria attenzione, non c’è alcun tipo di contrasto.” spiega B. Backus “più profondamente le opere di Turrell, ci rivelano che tutto quello che vediamo è creato dal nostro cervello. Filosoficamente tutto ciò che vediamo è un’illusione, tutto ciò che proviamo sono solo rappresentazioni mentali.

Tutte le immagini ©Solomon R. Guggenheim Museum

Una risposta a L’EFFETTO GANZFELD NELL’ARTE DI JAMES TURRELL

  1. cristina scrive:

    Ciao. Bell’articolo. Mi piace molto Turrell. Tutto bene? Spero di si. Un grande saluto. cristina polli

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